Elena de Filippo

L’impegno per i migranti che mi ha “travolto” la vita ha conquistato anche Mattarella

di Anna Spena

La presidente della cooperativa Dedalus è stata nominata Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. «Ci siamo sentiti riconosciuti, soprattutto in questa fase così critica dove le persone fragili e i migranti sono percepiti come un problema. È un riconoscimento per tutta la cooperativa, per chi pensa che un mondo migliore è possibile»

“Per dedicarsi all’accoglienza e all’integrazione delle persone immigrate”. Con Dedalus “svolge un’importante attività di integrazione delle persone immigrate, agendo sulla povertà educativa, sull’orientamento al lavoro e sull’accoglienza”. Nella motivazione letta dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per conferire ad Elena de Filippo, 61 anni, presidente della cooperativa sociale Dedalus di Napoli, l’onorificenza al Merito della Repubblica Italiana ci sono tre parole che mal si accordano con i tempi che viviamo: accoglienza, integrazione, migranti. Ma è a queste tre parole che de Filippo, insieme a tutte le donne e agli uomini di Dedalus, ha dedicato tutta la sua carriera. Quando le chiediamo cosa significhi questo premio Elena de Filippo, sorride. Un sorriso lungo che si mischia con un sospiro. «È complicato», dice. Il sospiro di chi sa, perché lo vive, che in Italia oggi il tema dell’immigrazione è tra i più divisivi che mai.

Cosa ha pensato, cosa ha provato dopo aver ricevuto l’onorificenza al Merito della Repubblica Italiana?

È stata una grande emozione, un grande valore aggiunto al nostro lavoro. Soprattutto in questa fase così critica dove le persone fragili, e i migranti sono tra queste, sono viste come un problema. Come qualcosa da allontanare dalla società. Ci siamo sentiti e visti riconosciuti. 

Perché il tema dell’immigrazione oggi è così divisivo? Perché diventa sempre strumento di propaganda politica. Perché non siamo in grado di guardare alle persone anziché al fenomeno?

Oggi la politica è più debole. Non ha argomenti su cui discutere e confrontarsi. Da decenni l’immigrazione viene utilizzata in maniera strumentale, non è una novità. Ma ora c’è un grande accanimento. 

Qual è stato il suo “primo incontro” con l’immigrazione?

All’inizio degli anni Ottanta, avevo 22 anni, ed ero una laureanda in sociologia. Vengo coinvolta in una ricerca universitaria, la prima in Campania, sull’immigrazione straniera. Tema che all’epoca era molto sconosciuto. L’Italia veniva ancora percepita come Paese di emigrazione. La nostra ricerca ci portava a stare in strada alle 5 del mattino, destinazione Domiziana, dove andavamo avanti e indietro con l’auto e cercavamo un contatto con gli immigrati. 

È stata una grande emozione, un grande valore aggiunto al nostro lavoro. Soprattutto in questa fase così critica dove le persone fragili, e i migranti sono tra queste, sono viste come un problema

Elena de Filippo

La cooperativa sociale Dedalus è stata fondata nel 1981, lei come l’ha conosciuta?

Quasi per caso. Dedalus era nato come centro di studi e ricerche, e visto che avevo sviluppato una competenza in quel settore le nostre strade si sono incrociate. Alla fine degli anni Ottanta la coscienza politica di chi faceva parte di Dedalus era pronta e questa ci ha portato alla costruzione del movimento antirazzista, a livello prima locale e poi nazionale. Questo ha segnato il nostro agire su tutte le dinamiche dei diritti e delle politiche sociali. Prendemmo contatto con altre realtà italiane che si occupano di immigarzione, allora non c’era davvero niente, e iniziammo a immaginare e poi costruire i servizi, gli sportelli, a sostenere la mediazione culturale. Come movimento abbiamo accompagnato la discussione sulla legge Turco – Napolitano che disciplinava la materia dell’immigrazione in Italia. 

Torniamo a quando aveva 22 anni, a quel “primo incontro” con l’immigrazione. Perché non ha mai più cambiato ambito di ricerca o di lavoro? Come quel fenomeno l’ha presa?

Quando iniziammo quella ricerca io e i miei colleghi e colleghe sapevamo che i migranti c’erano. Ma non si vedevano. Volevamo capire come e dove stavano, con chi stavano, che lavori facevano. In quei due anni raccogliemmo dati e incontrammo moltissime persone. Conoscemmo il fenomeno dello sfruttamento lavorativo e i settori in cui era più evidente: agricoltura per gli uomini e lavoro domestico per le donne che venivano impiegate come colf nelle case della borghesia urbana. Poi c’erano anche gli ambulanti. Dopo quella ricerca sono stata travolta, in pochi conoscevano il fenomeno e quindi continuavano a chiamarmi. Per un certo verso non l’ho scelto. È venuto da sé.

È contenta di questa cosa?

Sono contenta di questa cosa.

Di quei primi anni ha detto di aver incontrato tantissime persone. Chi e cosa le è rimasto più impresso?

Teheber, una donna eritrea. Ci sentiamo ancora oggi. Era arrivata in Campania negli anni Settanta. Faceva parte del fronte di liberazione del Paese (il maggiore movimento indipendentista in Eritrea che lottò per l’affrancamento di quest’ultima dall’Etiopia durante gli anni Sessanta e Settanta). La conobbi, insieme ad altri, ad una manifestazione. Erano un gruppo coeso e politicamente impegnato. Mi hanno accolto da subito e subito mi hanno aiutata a capire la complessità della migrazione. Una complessità diversa da quella di oggi, ma che aveva già in sé i temi del ritorno al Paese d’origine o per esempio, quello di fermarsi in Italia, ma non per sempre. Lei alla fine qui è rimasta, ha lavorato come colf, e ha sacrificato tutta la sua vita alla causa per il suo Paese. E poi mi sono rimasti impressi i giovani che ho incontrato nelle campagna tra Napoli e Castel Volturno. Venivano dall’Africa subsahariana. Certamente arrivavano da situazioni difficili. Ma ricordo la loro curiosità, la voglia di conoscere e di esplorare l’Italia, l’Europa. Volevano studiare e si sono trovati ingabbiati nello sfruttamento lavorativo, non riuscivano ad uscirne.

È anche un riconoscimento per tutti coloro che pensano che un mondo migliore è possibile, per tutti quelli che sanno che devono fare la loro parte e si mette in gioco

Elena de Filippo

Perché l’hanno colpita tanto?

Erano miei coetanei, con la stessa voglia di tutti i giovani di scoprire il mondo.

Dedalus lavora nel quartiere San Lorenzo di Napoli, uno dei più multietnici della città. Soprattutto lavora con i giovani. Cosa, oggi, la colpisce di più? Cosa, oggi, si deve fare per guardare all’immigarzione per quella che è, e smettere di usarla come strumento della politica

In passato il quartiere ha rappresentato una rete di transito per i migranti. Oggi, invece, le famiglie restano. Sono tantissimi i giovani che sono nati qui, e altrettanti quelli che ci arrivano tramite ricongiungimento familiare. Per questo è fondamentale lavorare nei territori. Creare momenti di scambio, di incontro, di consapevolezza. È dalle relazioni che nasce una coscienza nuova, diversa. Un conto è immaginare quello che ti è stato raccontato, perché si va sempre incontro ad una semplificazione. Un altro è avere un vicino di casa o un compagno di banco con un background migratorio. Perché solo così ti accorgi che non ci sono barriere, o se ci sono possono essere facilmente superate. 

Cosa ancora la ferisce quando si parla di immigrazione?

La delusione dei giovani immigrati o dei giovani di seconda generazione.

In che senso?

Le seconde generazioni sono composte – di fatto – da ragazzi e ragazze con una cittadinanza multipla. Non rinunciano a quella del Paese d’origine del genitore e la aggiungono a quella del contesto in cui vivono. Quando gli adulti non si mettono di traverso sono bravissimi a far convivere più culture. Ma, almeno fino ai 18 anni, la cittadinanza italiana è solo sentita, non giuridica. Questo è un segnale negativo perché, per esempio, la scuola li fa sentire italiani, li rende italiani. Studiano questa cultura, questa letteratura, la nostra storia. E poi ad un certo punto scoprono che c’è uno Stato che dice “Voi non siete italiani”. Questa cosa genera grande sofferenza in loro, si sentono traditi. La scoperta avviene nell’adolescenza perché i bambini non hanno contezza di cosa sia la cittadinanza. I bambini parlano la lingua del posto e fanno le cose come gli altri, questo basta.

E cosa può accadere agli adolescenti? Cosa succede con quella loro delusione?

Scoprire che lo Stato non ti riconosce un diritto può essere molto frustrante. E a volte è così frustrante che può allontanarli dalla nostra società.

Torniamo all’onorificenza. È un riconoscimento per lei, per Dedalus…

Per tutti i soci della cooperativa, in particolare i giovani. Da loro abbiamo avuto una grande adesione. È anche un riconoscimento per tutti coloro che pensano che un mondo migliore è possibile, per tutti quelli che sanno che devono fare la loro parte e si mette in gioco. 

Il Presidente Sergio Mattarella consegna l’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana conferita motu proprio a Elena De Filippo
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

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