Milano

I ragazzi del Corvetto: «Il nostro quartiere è lo specchio dei tempi che viviamo»

di Federica Pirola

A tre mesi della morte del 19enne egiziano Ramy Elgaml, siamo tornati nel quartiere della periferia Sud-Est di Milano per dialogare con i giovani della zona: «Questo è un posto che ti dà felicità e tristezza allo stesso tempo»

«Caos», «felicità», «paura», «famiglia», «tristezza» sono i termini con cui cinque ragazzi del Centro di Aggregazione Giovanile di via Cinquecento a Milano – il CAG 500 – descrivono il quartiere in cui vivono, Corvetto. Nessuno di loro si riconosce nella violenza raccontata nell’ultimo periodo per descrivere la zona. Eppure, la portano tutti un po’ con sé, nel ricordo di un amico picchiato, nelle derisioni per la propria origine e carnagione, nella descrizione delle “toppe” di calcestruzzo sulle facciate di casa. Ma cosa cambierebbero allora “i giovani di Corvetto” del quartiere in cui vivono?

A questa domanda, Alicia, 11 anni, risponde: «Cambierei il modo di vivere e il colore delle case». La sua, di casa, è grigia e si trova tra i palazzi dell’edilizia popolare pubblica del Municipio 4 di Milano, a Sud-Est della città. «Scambierei gli insulti e le prese in giro con parole gentili – il parere di Carlos, 14 anni, che aggiunge – cambierei la rabbia che hanno tutti e metterei la felicità». 

Loro due sono giovani, anzi, giovanissimi, di seconda generazione – lei ha origini ghanesi, lui peruviane – e, insieme a una quarantina di altri ragazzi, frequentano il CAG 500 di Corvetto, situato nella Parrocchia di S. Michele e S. Rita e gestito dalla Cooperativa Sociale La Strada. Lì i ragazzi che frequentano le scuole medie possono svolgere diverse attività: quelle tipiche del doposcuola, ma anche giornate sportive, gite fuori porta, laboratori di rap e quelli sull’inclusione e la disabilità.

Tra gli utenti del CAG 500 ci sono anche Abrar e Huda, entrambe di origini egiziane, che decidono di dire la loro opinione sul contesto in cui vivono. «Mi rattrista molto quello che è successo a Ramy, ma anche quello è successo dopo», ammette Abrar, riferendosi alla morte del diciannovenne, rimasto ucciso in un incidente stradale in scooter durante un inseguimento dei Carabinieri, e alle conseguenti proteste da parte dei ragazzi della zona. Le due giovani sono molto oneste nel raccontare il disagio che hanno provato quando hanno visto il loro quartiere messo a fuoco dalla rabbia dei coetanei, così come il fastidio che sentono ogni volta che vengono importunate per strada da «ragazzi stranieri». Quel Corvetto lì non parla di loro. Non fanno sconti però neanche a quella parte del quartiere che non le ha accolte e che continua a non farlo: «Alle elementari io mi sentivo diversa – scandisce Abrar, oggi quattordicenne – Mi prendevano in giro per il colore della pelle e perché non parlavo bene l’italiano». «A me prendono in giro ancora oggi in realtà – precisa la tredicenne Huda – perché ho scelto di mettere il velo». Entrambe rivelano che il loro rapporto con Corvetto è segnato da «felicità e tristezza», cioè dall’affetto che provano per un quartiere dove sono cresciute e dove hanno famiglia e amici e dal dispiacere per la violenza che lo abbruttisce quotidianamente e di cui sono consapevoli. Entrambe però sognano un futuro lì: vorrebbero diventare infermiere. Un’aspirazione, la loro, tutt’altro che scontata in un quartiere che già prima della pandemia aveva uno dei redditi pro capite più bassi della città, mentre un bambino su dieci era a rischio di dispersione scolastica. Anche per Jamie, dodicenne di origine filippina, il rapporto con Corvetto è ambivalente: da una parte adora il verde dei suoi parchi – a pochi chilometri c’è l’Abbazia di Chiaravalle e il cammino dei monaci -, ma dall’altra detesta quando «la gente maleducata sputa per terra o lascia le bottiglie sul marciapiede».

Ma quindi, chi sono i giovani di Corvetto? Quelli che mettono a fuoco il quartiere o quelli che vorrebbero un mondo di persone gentili? Per rispondere, bisogna prima essere consapevoli del carattere ambivalente di Corvetto. Il quartiere è infatti posto al confine tra l’area di Brenta/SouPra (South of Prada) – vale a dire il grosso trapezio tra Corso Lodi, lo Scalo di Porta Romana, via Ripamonti e via Quaranta-Marco D’Agrate, riqualificato dalla presenza di Fondazione Prada, da Symbiosis (l’intervento di rigenerazione urbana di Covivio) e poi dai progetti legati in modo diretto e indiretto alle Olimpiadi 2026 – e il quartiere Mazzini –  zona delle case popolari estesa fino a Parco Sud e Porto di Mare-Rogoredo. «Da una parte ci sono le case costruite negli anni ’70 e oggi abitate dalla media borghesia milanese, dall’altra le case popolari dove si concentrano le povertà maggiori, materiali e culturali, le disuguaglianze e l’illegalità. Lì le occupazioni abusive sono all’ordine del giorno», conferma Gilberto Sbaraini, presidente della Cooperativa Sociale La Strada, nata quarant’anni fa proprio per rispondere alle esigenze di una periferia in grave difficoltà. 

L’ambivalenza di Corvetto è quindi molto chiara a chi, come Sbaraini, si occupa da anni di emergenza abitativa, dispersione scolastica, inclusione lavorativa ed emarginazione sociale. Gilberto ha una «visione retroattiva del quartiere» anche perché è nato e cresciuto proprio nelle stesse case popolari dove viveva Ramy Elgaml. Per questo, senza esitazioni, aggiunge: «Corvetto rappresenta emblematicamente il nostro tempo e i suoi problemi. Li ha evidenziati e messi a fuoco, anche in senso letterale. Attribuire al Corvetto la facoltà taumaturgica di differenziarsi e di essere il luogo dove si devono risolvere i problemi non ha senso».

Come aveva detto anche al funerale di Ramy, rivela: «La morte di Ramy poteva accadere in qualsiasi altro quartiere. Se questo fatto serve per parlare delle questioni importanti oggi – come facciamo a crescere i nostri giovani? Che occasioni gli diamo? Come lavoriamo perché le generazioni e le provenienze diverse si incontrino? Come possiamo risolvere le disuguaglianze e fare abitare in un posto dignitoso le persone e non in case lasciate andare e gestite male ? – è utile, perché sono problemi reali. Altrimenti, sembra di parlare del Corvetto come se fosse un’anomalia».

Dalle sue parole si intuisce dunque quanto sia difficile parlare anche dei “giovani di Corvetto” : «Il tema non è tanto “chi sono i giovani di Corvetto” – spiega il presidente de La Strada – il tema è chi sono i “giovani oggi”, i giovani che vivono nell’ambito metropolitano». Lo ribadisce anche Elia Bertolini, educatore del CAG 500: «lavorare con gli adolescenti conferma che i ragazzi sono tutti uguali: non ci sono ragazzi cattivi, esistono contesti complessi», afferma, citando il motto della Comunità educativa Kayrós, fondata da don Claudio Burgio. 

E Corvetto sicuramente è un contesto complesso. È stato di recente inserito nelle zone rosse – in vigore fino al 31 marzo – dove cioè per le autorità cittadine è più facile emanare gli ordini di allontanamento previsti dal “daspo urbano”. Come suggerisce però Don Roberto Villa, parroco di S. Michele e Santa Rita, «bisogna andare oltre le categorie, i luoghi comuni, che poi vengono assimilati, usando delle parole che sono degli slogan inopportuni e inadeguati, come la definizione di “banlieue”». 

«Un conto è parlare di contesti di periferia, un altro è parlare di contesti di case popolari», aggiunge don Riccardo, prete dell’oratorio di Corvetto.Secondo chi abita e lavora nel quartiere, quindi, non sembra esserci il “fattore Corvetto”, cioè quell’elemento negativo specifico che differenzia la zona del Municipio 4 dalle altre. Allo stesso modo, non esistono “i ragazzi di Corvetto”. Piuttosto, le stesse problematiche che caratterizzano le aree milanesi con forte presenza di edilizia popolare pubblica – come la difficoltà di integrazione, il piccolo spaccio, le forme di prepotenza… – emergono anche a Corvetto. 

Lo conferma Stefano Pasta della Comunità di Sant’Egidio – altra realtà storica del quartiere – e docente presso il dipartimento di pedagogia dell’Università Cattolica di Milano: «La modalità di assegnazione delle case popolari ha fatto sì che in alcune zone le fratture fra anziani e giovani spesso coincidessero con quelle fra italiani e stranieri. In questo modo, si sono alzati ulteriori muri». «Tuttavia – aggiunge Pasta – proprio in un sistema di generale arretramento dei servizi sociali e in una situazione di tensione e fatica economica, ci sono tante forme di intervento». 

Da qualche anno infatti, all’incrocio tra via Cinquecento e via Panigarola – a pochi passi dalla parrocchia di don Roberto e dalla cooperativa La Strada – sorge, per esempio, “Living Together”, uno spazio della Comunità di Sant’Egidio aperto al quartiere e nato per offrire risposte alla solitudine e alle esigenze di una realtà in trasformazione. Lì si svolgono le Scuole della pace – che educano bambini italiani, stranieri e rom alla pace e alla solidarietà – ma anche attività di incontro e dialogo tanto necessarie per ricucire le difficoltà di convivenza nel quartiere e nella città. «Ci sono ragazzi con background migratorio, cresciuti nelle Scuole della pace che ancora oggi, mentre sono alle superiori o all’università, continuano a vivere l’impegno solidale» racconta il professore. «Sono ragazzi del quartiere che vanno a trovare gli anziani nella RSA di via Panigarola – continua – È un incontro intergenerazionale che crea ponti e che va a scalfire proprio quei muri esasperati dalle condizioni di difficoltà». «Sono giovani che si uniscono non solo perché sono indicizzati come “la coda della città”, ma perché innanzitutto sono amici tra loro», precisa Pasta. In un contesto dove è facile rassegnarsi all’idea di “essere nati a Corvetto” e quindi di non avere un futuro, «la differenza la fanno l’educatore, l’insegnante, il cugino o l’amico che riescono a mostrare ai giovani una via alternativa», conclude il docente. 

Parole provate dall’esperienza di Elia Bertolini, educatore del CAG 500: «Visto da fuori è sempre tutto grande e spaventoso – afferma lui – poi quando ci entri dentro, le storie sono fatte di molti più grigi, di cui bisogna avere consapevolezza per poter lavorare. Se non si ha il coraggio di prendere quella parte lì, mettendo d’accordo il basso e l’altro, dando dei luoghi e degli spazi per mettere in discussione questi tipi di futuri, andrà sempre peggio». «Standoci dentro – prosegue Bertolini – ci si accorge che Corvetto è un quartiere pieno di persone che lavorano per renderlo un posto in cui la speranza di futuro sia tangibile, a portata di strumenti reali. Tante associazioni favoriscono gli inserimenti lavorativi per i cosiddetti Neet, ma il lavoro più sottile e sotteso è quello di dare degli strumenti di riflessione personali, interiori, di crescita che si manifestano poi nel saper trovare un lavoro, saper scrivere un curriculum, saper stare al mondo, saper rispettare delle regole. Il lavoro educativo è cercare di colmare in modo quasi “distratto” e di seminare per migliorare le attitudini personali di ognuno».

Proposte diverse quindi per obiettivi diversi. Tra i 69 enti non profit del quartiere, oltre alle realtà già citate, c’è anche, per esempio, il Centro Nocetum – fondato 37 anni fa da Suor Ancilla Beretta – che accoglie al suo interno una comunità educativa per donne in situazione di disagio e fragilità sociale e i loro bambini; organizza percorsi didattico-educativi per scuole e gruppi e attività di volontariato volte alla valorizzazione del territorio. «Lavoriamo in rete con le altre associazioni del quartiere – commenta Gloria Mari, presidente della Nocetum Società Cooperativa Sociale – Non duplichiamo gli sforzi: ognuno ha il suo ambito e porta quello che può fare e che è giusto che faccia. La nostra mission è di unire la dimensione dell’accoglienza agli obiettivi dell’agenda 2030. È un bel lavoro di squadra. Corvetto ha tante potenzialità che permettono di non leggerla solo come “luogo dello sporco e dell’abbandono”».

È difficile quindi definire Corvetto: la sua ambivalenza e le sue sfumature lo rendono sia un epicentro di violenze che una culla di solidarietà. Per le stesse ragioni, “i giovani di Corvetto” non esistono se intesi come categoria monolitica. Ci sono i giovani marginalizzati e quindi arrabbiati, quelli che credono ancora in un futuro diverso e possibile, quelli che, come Alicia, si fanno forza ripetendosi: «Sii te stesso, puoi essere tutto ciò che vuoi, basta che ci lavori. Non ti fare prendere dagli altri, tu sei fenomenale». Chissà se questo invito si possa rivolgere anche al Corvetto. 

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