Mi segnalano che, dopo le scuole private campane, la prossima new entry nel “magico mondo” dell’impresa sociale saranno i malmessi centri di formazione dello Ial Cisl. Ne parla, ancora una volta, il Corriere economia di qualche giorno fa. Sembra quindi confermata la vocazione da “saving company” dell’impresa sociale, però non solo in forma di outplacement degli esuberi, come sostiene il suo principale teorico (e blogger di Vita), ma anche come modalità per riqualificare i modelli organizzativi e gestionali attraverso cui si producono beni complessi e cruciali come la formazione. Vedremo come andrà a finire. Ma è abbastanza chiaro che un paio di ulteriori entrate di questo (o di altro) tipo cambieranno i connotatti dell’impresa sociale in Italia. Non solo welfare socioassistenziale, non solo cooperazione sociale. Del resto, un’analisi azzardatissima (e altrettanto interessante) pubblicata in un rapporto che per pudore non cito (eventualmente cercatelo, esce oggi), informa che sono poco meno di mezzo milione le imprese tout court che operano in settori ad altà intensità sociale (come quelli previsti dalla normativa). Basterebbe che anche solo un 1% adottasse la nuova etichetta giuridica per cambiare, sostanzialmente, gli equilibri.
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