Attivismo
Non sprechiamo la fame di servizio civile dei nostri giovani
Laura Milani, presidente della Cnesc (la Conferenza degli enti di servizio civile) commenta i dati record delle domande relative all'ultimo bando: «Almeno metà dei candidati rischiano di restare fuori. Perché diventi universale, dobbiamo Incrementare e stabilizzare le risorse»

Il Servizio Civile interessa e piace ai giovani, a dispetto della narrazione che li vuole apatici, solitari, disimpegnati. L’ultimo bando, chiuso a fine febbraio, ha registrato il più alto numero di domande: oltre 135mila. «Un numero più alto anche rispetto al 2020, quando si era toccato il record di circa 125mila domande, in un contesto di uscita dal lockdown in cui si sentiva forte il desiderio di uscire, di tornare a partecipare attivamente alla vita comunitaria», osserva Laura Milani (foto), presidente di Cnesc (Conferenza Nazionale Enti per il Servizio Civile), dopo aver letto e analizzato i dati contenuti nel Report appena pubblicato dal Dipartimento.
Il report, a quanto pare, contiene buone notizie. È così?
Sicuramente sì, la buona notizia è innanzitutto l’interesse crescente da parte dei giovani. Ed è una buona notizia anche il dato sulle motivazioni: i giovani che si accostano a questa esperienza lo fanno per la propria crescita personale, ma anche per rendersi utili agli altri: questo ha a che fare con la cittadinanza attiva, la difesa nonviolenta, il sostegno alle comunità. C’è stato indubbiamente un investimento da parte del governo per far crescere il numero dei posti (circa 62.000). Questi però non sono ancora sufficienti, anche rispetto a quelli richiesti dagli Enti (circa 87.000), ma soprattutto rispetto a questa grande richiesta da parte dei giovani. Se quindi da un lato i dati sono positivi, dall’altro non lo sono ancora abbastanza: in generale, le domande sono circa il doppio rispetto alle disponibilità, ma all’estero, per esempio, le domande sono quasi quattro volte superiori ai posti disponibili.
Come spiega questo successo delle proposte all’estero?
L’estero, prima ancora di essere un’area geografica, è un settore: ed è verso questo settore che i giovani mostrano un grande interesse, che deve farci riflettere e a cui dobbiamo rispondere: è un interesse verso la promozione della pace, la risoluzione dei conflitti, il dialogo tra le culture. Perciò credo che sarebbe importante aumentare i posti disponibili all’estero, per non disperdere questo interesse e permettere ai ragazzi e le ragazze di trasformarlo in impegno.
E per quanto riguarda l’Italia? Anche qui molte domande rischiano di rimanere insoddisfatte
Sì, con marcate differenze territoriali. Da un lato ci sono regioni che rispondono molto bene nel rapporto tra posizioni e domande: tra queste Campania, Sicilia, Puglia e in generale le regioni del Sud. Dall’altro ci sono territori in difficoltà, con sedi e posti che resteranno scoperti. E questo è un peccato, perché significa disperdere energie positive.
Cosa fare, quindi per migliorare il sistema e permettere di non disperdere queste energie?
Innanzitutto, penso si debba sostenere la mobilità dei volontari, perché i candidati possano spostarsi in territori dove c’è disponibilità. Questo oggi non è quasi mai sostenibile, non c’è un contributo per garantire il vitto alloggio: spetterebbe quindi all’operatore volontario farsi carico di queste spese, a meno che l’ente non scelga di offrire vitto alloggio a proprie spese e farsi carico dell’ospitalità del volontario che dovesse arrivare da un altro territorio. E sono pochi quelli che possono permetterselo. Un tempo, invece, le risorse coprivano anche le spese di vitto e alloggio: questa possibilità andrebbe reintrodotta, per favorire appunto la mobilità, senza tuttavia andare a intaccare le risorse previste per il contingente.
Quali altri interventi suggerireste, per rendere più “universale” il servizio civile?
Sicuramente occorre favorire la partecipazione dei giovani: una recente indagine del Dipartimento, pubblicata a gennaio, ha infatti rilevato che molti giovani non conoscono o conoscono poco il servizio civile. Servono accordi e alleanze con scuole e università, per creare spazi di orientamento continuativi e strutturati. I giovani devono sapere che questa possibilità esiste e che si tratta di un’esperienza unica. Un altro miglioramento potrebbe riguardare il periodo degli avvii. Il 14% dei candidati ha 19 anni e questo mi colpisce, perché significa che frequentano l’ultimo anno di superiori. Attualmente, la maggior parte dei progetti si avvia tra maggio e giugno e sono quindi difficilmente compatibili con l’impegno scolastico. Una maggiore flessibilità, oppure uno spostamento degli avvii a settembre e ottobre potrebbe favorire la partecipazione di chi sta concludendo la scuola, o di chi è iscritto all’università. Sono ipotesi che vanno verificate e su cui il Dipartimento ha avviato una riflessione.
Infine, in generale credo che ci si debba impegnare per stabilizzare le risorse del servizio civile, con uno sguardo di prospettiva e a lungo termine. noi, da parte nostra, ci impegniamo a fare la nostra parte, per rafforzare la comunicazione e favorire la partecipazione, perché il Servizio civile è il frutto di un patto collaborativo tra Stato, regioni, enti e giovani. Dobbiamo costruire insieme quella universalità che ancora non c’è: e dobbiamo farlo con la costanza e la stabilizzazione delle risorse e della comunicazione. Rilanciamo quindi la campagna “Quanto vale il futuro”, consapevoli di quanto sia importante,soprattutto in un momento storico come questo, rilanciare un’esperienza che metta al centro la prevenzione dei conflitti, la cooperazione, la solidarietà, la promozione dei diritti.
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