Violenza di genere

Noi madri-ragazzine in fuga da maschi violenti

Elma, dopo anni di abusi psicologici e fisici del marito, ha avuto il coraggio di denunciare e cercare aiuto. Eva, sposata a 13 anni e vittima di violenze, ha scelto di salvare i suoi figli e, grazie ai servizi sociali, è arrivata in Casa famiglia san Pio X di Venezia. Qui, entrambe hanno ritrovato la forza di ricostruire le loro vite guadagnando autonomia e fiducia in se stesse

di Rossana Certini

Elma ed Eva sono due giovani mamme, entrambe ancora sotto i trent’anni, le cui vite si sono incrociate in un luogo che ha cambiato il loro destino: la Casa famiglia san Pio X di Venezia. Elma viene dalla Macedonia, mentre Eva dall’Albania. La loro storia è segnata dalla sofferenza e dalla speranza di rinascere. Elma si è sposata a 16 anni, per scelta, mentre Eva soli 13, data in sposa dai suoi familiari. Per seguire i mariti in cerca di lavoro in Italia, entrambe si sono trasferite in Veneto, dove è iniziato il loro calvario di solitudine, violenze psicologiche e fisiche.

«Mi sono sposata nel 2014, dopo un anno di fidanzamento», racconta Elma, con un sorriso che sembra portare ancora il peso di un passato doloroso. «Eravamo felici. Tutto era perfetto. Lui doveva finire la scuola e io ero incinta. Ci siamo sposati civilmente e siamo venuti in Italia a cercare lavoro, vivendo con i miei suoceri in Veneto». Elma continua, con la voce che non nasconde l’emozione: «La nascita di mio figlio è stata una gioia immensa. Fino ai suoi sei anni, il rapporto con mio marito era bello. Ma poi ho scoperto un tradimento, e da quel momento è iniziato il nostro inferno».

Elma: un matrimonio infelice e la lotta per la libertà

Il marito le propose di continuare a vivere insieme, per non far soffrire il bambino. La sua idea era di vivere da separati nella stessa casa, ognuno a condurre la propria vita, pur restando sotto lo stesso tetto. Ma per Elma questo fu l’inizio di una solitudine sempre più profonda. Con un lavoro da casa, un bambino piccolo e i suoceri che fingevano di non vedere la violenza del figlio che tornava a casa sempre più ubriaco. Elma si sentiva intrappolata. L’unico conforto era un cugino lontano, a cui raccontava la sua vita e che la incitava a fuggire, a chiedere aiuto, a salvarsi insieme a suo figlio.

«Un giorno, dopo l’ennesima litigata violenta, ho trovato la forza di chiamare le forze dell’ordine e fare la denuncia», racconta Elma con gli occhi bagnati di lacrime. Basta poco per immaginare la scena all’interno di quella piccola casa, piena di di violenza, sotto lo sguardo omertoso dei suoceri. Le sirene delle forze dell’ordine fuori dalla finestra, i carabinieri alla porta. Elma che mette le sue cose nella borsa per andare all’ospedale. I carabinieri che le chiedono se vuole portare con sé il bambino che dorme, e lei che risponde: «No, non voglio svegliarlo, si spaventa» è così che lascia lì suo figlio. Si cura e poi con molta fatica torna a prendere il bambino e tutto il resto, insieme a un’assistente sociale.

Elma arriva alla Casa famiglia san Pio X. Un ente che negli anni ’90 si trovò di fronte a una scelta difficile, dopo che l’ordine religioso che la gestiva se n’era andato. Come proseguire? Nel maggio del 1991, il Patriarca di Venezia affidò la direzione della Casa a una coppia di sposi, per la prima volta introducendo una figura maschile laica, un esperimento che sembrava destinato a fallire, ma che oggi è ancora vivo. Il presidente Roberto Scarpa racconta: «Siamo qui perché come famiglie abbiamo scelto di portare la croce degli altri. È difficile, perché ognuno di noi ha già le sue difficoltà, ma la nostra forza è nella condivisione. Qui costruiremo una casa per queste mamme, una casa sostenuta da famiglie. Per noi, ogni mamma che arriva è una figlia. Per questo ci facciamo chiamare “familiari”».

La Casa è un luogo dove le mamme, ognuna con la propria stanza e il proprio bagno, possono ritrovare un po’ di privacy, ma anche la compagnia delle altre mamme durante i pasti e le occasioni conviviali. «Noi familiari, insieme alle educatrici e ai volontari, entriamo nelle loro vite con discrezione», racconta Scarpa. «Cerchiamo di cambiare la loro prospettiva, di farle uscire dalla solitudine e dal dolore. La violenza, soprattutto quella psicologica, è una dipendenza. Queste donne hanno bisogno di riacquistare la loro autostima, dopo anni passati con uomini che le hanno isolate, annientate nella libertà e nell’autonomia, fisicamente e psicologicamente».

Eva: dalla sottomissione alla salvezza

Come nel caso di Eva, che racconta di come si è sposata a 13 anni, con un uomo più grande che la trattava come una proprietà. «Non ho scelto di avere i miei figli», dice Eva, facendo intendere le violenze che subiva, «ma ho scelto di salvarli. Quando uno di loro stava per cadere dalla terrazza dove giocava, i passanti hanno chiamato i vigili del fuoco. Da lì, i servizi sociali hanno iniziato a seguirci e mi hanno detto che dovevo portare via i miei figli da quella casa». Il 30 agosto 2021, Eva ha aperto la porta ai servizi sociali, che l’hanno portata con i suoi tre bambini alla Casa famiglia san Pio X.

Oggi Eva è una donna nuova, più forte, come lei stessa dice. «Qui ho capito che non dovevo rimanere sotto il peso della violenza di mio marito. Dovevo essere autonoma, trovare un lavoro e prendermi cura dei miei figli, che purtroppo hanno delle disabilità», sorride e prosegue: «per me la libertà, anche se difficile con tre figli, è poter organizzare la mia giornata come voglio, lavorare e stare serenamente con i miei bambini». Poi, dopo una pausa, aggiunge: «Nel mio paese, è normale che un uomo picchi una donna se non fa ciò che vuole. Ma qui ho imparato che non è giusto. Un uomo non deve picchiare una donna».

Elma, anche lei, ha fatto i conti con la cultura che giustifica la violenza e giudica che si ribella. «Recentemente, sono andata a trovare la mia famiglia», racconta, «e una signora mi ha criticato per un tatuaggio. Le ho detto: “Mi conosci da anni, guardami. Come posso essere diversa solo per un tatuaggio? Non mi interessa il tuo giudizio, mi piaccio così. Ognuno è libero di fare ciò che vuole”».

Casa san Pio X: un rifugio di speranza

Il presidente Scarpa spiega che alla Casa famiglia san Pio X si combatte la violenza con la parola. «Invitiamo le mamme a parlare con noi nei momenti di sconforto o rabbia. Organizziamo incontri tra mamme, senza i bambini, e gruppi di parola con il nostro centro per l’infanzia». Ma c’è un compito ancora più grande: «Ricostruire la figura maschile per queste donne. La violenza che hanno subito ha radici profonde, in culture che non le hanno mai supportate, come una famiglia dovrebbe fare. Noi siamo quella rete di supporto che non hanno mai avuto, e grazie a questa solidarietà, sono più forti».

In questo luogo, dove la violenza diventa speranza e la solitudine si trasforma in comunità, Elma ed Eva hanno trovato una nuova vita. Non è facile, ma sono pronte a costruire il loro futuro, passo dopo passo lontano dalla Casa famiglia.

Scrive Elma nella sua lettera di saluto ai “familiari” della Casa famiglia: «Sono arrivata qui senza sapere niente di questo percorso e di come sarebbe andato. Ero impaurita. Avevo paura del giudizio degli altri. Sono arrivata qui pensando che la perfezione esterna fosse la cosa più importante. Giorno per giorno sono cresciuta e ho imparato tante cose: ad uscire da sola con mio figlio e a giocare con lui, a essere responsabile. Ho imparato ad ascoltare, a fidarmi e a fare la mamma. Ho imparato ad accettarmi, ad accettare la separazione da mio marito. In questo percorso anche mio figlio è cresciuto, ha imparato a chiamarmi mamma e a essere un bambino libero. Sono stati due anni difficili ma ora posso dire che ce l’ho fatta».

Casa famiglia san Pio X è stata ammessa al Programma Formula di Intesa Sanpaolo: in partnership con Fondazione Cesvi, si sostengono progetti sociali, educativi e ambientali attraverso la piattaforma Forfunding che consente di raccogliere fondi senza addebitare costi.

Tutte le foto sono della Casa famiglia san Pio X

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