Terremoto
Myanmar, costretti a scavare a mani nude
L'accesso alle zone colpite per le ong rimane precario. Mancano macchinari e personale qualificato per condurre le operazioni di soccorso: «I volontari tentano di estrarre le vittime dalle macerie», racconta Paolo Felice di Cesvi. «Abbiamo l'energia elettrica solo per due ore al giorno», spiega Swe Swe, rappresentante di Avsi nel Paese

A quasi una settimana dal terremoto di magnitudo 7.7 che ha devastato il Myanmar la giunta militare che guida il Paese ha approvato un cessate il fuoco temporaneo, come richiesto fin dalle prime ore dalla coalizione dei ribelli, la Brotherhood Alliance. Una tregua di venti giorni, che durerà fino al 22 aprile e che serve ad «accelerare gli sforzi di soccorso e ricostruzione», come ha segnalato la giunta.
Fino ad ora, infatti, l’ingresso del soccorso umanitario è stato più che difficoltoso. Non solo a causa degli impedimenti logistici dovuti al sisma, per esempio strade interrotte, ma anche per le limitazioni imposte dall’esercito della giunta militare, che tra l’altro nei giorni successivi alla catastrofe naturale ha continuato a bombardare le zone in mano ai ribelli, che sono anche quelle più colpite dal terremoto. Secondo alcune testimonianze, i combattimenti sarebbero proseguiti anche dopo la proclamazione della tregua, con scontri nella regione di Sagaing.
Le difficoltà di accesso alle zone colpite
In questi giorni, soprattutto sui social ci sono state diverse segnalazioni degli impedimenti operati dal Tatmadaw (la giunta militare) all’accesso degli aiuti alle aree più colpite. Non sono mancati gli incidenti, da ultimo quello di martedì 1° aprile quando l’esercito ha aperto il fuoco contro un convoglio della Croce rossa cinese che non aveva notificato il proprio spostamento in una zona di conflitto.
Tra violenza e lentezza della macchina dei soccorsi «la gente non ce la fa più», spiega a VITA Swe Swe, rappresentante Paese di Avsi in Myanmar. La situazione, in ogni caso, sembra in via di precaria stabilizzazione. «L’accessibilità varia, dipende dalle aree. Ci sono zone più esposte al conflitto e altre più calme. Dove lavoriamo noi, nello Stato Shan, l’accessibilità è garantita e c’è una collaborazione con le autorità locali. Sappiamo però di altre zone in cui l’accesso è più complicato e ristretto, come la zona della capitale Naypyidaw o del Sagaing».
Un tetto, cibo e kit medici: cosa serve alla popolazione
In questo quadro, le difficoltà maggiori sono di natura pratica. «Ci sono moltissime limitazioni dal punto di vista delle infrastrutture elettriche, comunicative e di trasporto», racconta Swe Swe. Al momento è in atto un contingentamento dell’energia elettrica che dà accesso a circa quattro ore di elettricità al giorno, ma che di fatto sono due». Una convinzione che riduce la capacità di reperire informazioni, già di per sé complicata perché la gestione delle telecomunicazione è in mano al Tatmadaw.
Tra le macerie, la popolazione non ha bisogno solo di beni di prima necessità, ma anche di un tetto dove ripararsi. Sebbene faccia molto caldo (la temperatura è vicina ai 30 gradi anche di notte), è infatti in arrivo la stagione delle piogge. Per questo, «i bisogni principali della popolazione comprendono rifugi temporanei come tende e teloni», illustra a VITA Paolo Felice, capo missione di Cesvi in Myanmar. Poi, ovviamente, servono anche «acqua e cibo, medicinali, kit sanitari e di igiene della persona, cordami e contenitori per l’acqua».
Un’altra grave mancanza, segnala Felice, riguarda i macchinari e il personale qualificato per scavare e condurre le operazioni di soccorso. «Spesso sono i volontari a tentare di estrarre le vittime dalle macerie, scavando con pale o anche a mani nude. In questo caso, c’è carenza di guanti, maschere e “body bags” per i cadaveri delle vittime, che sono da giorni esposti al calore».
Non a caso, l’odore che si respira in giro è quello di cadaveri in putrefazione. Il numero totale delle vittime ha superato le tremila unità, ma il conto totale potrebbe arrivare alla fine sopra le diecimila, come segnalato da una stima fatta dal Servizio geologico degli Stati Uniti nelle prime ore dopo il sisma.
Lo stop ai giornalisti internazionali
Il dramma birmano non passa, però, solo da morte, distruzione e difficoltà nell’aiutare le zone colpite, ma anche dalla difficoltà di raccontarlo liberamente. La giunta militare, infatti, da dopo il colpo di Stato con cui ha preso il potere nel 2021 ha negato i visti ai giornalisti internazionali, salvo alcune eccezioni, e continua a farlo da quando c’è stato il terremoto. Sono pochi, dunque, i corrispondenti che sono riusciti a raggiungere le zone colpite. Per gli altri, uno dei modi di entrare nel Paese, dunque, è farlo sotto copertura. Lo ha fatto la Bbc, che il 2 aprile ha pubblicato un breve reportage da Mandalay, la seconda città più grossa del Myanmar e la più colpita dal sisma. «È pieno di informatori e persone dei servizi segreti che spiano il proprio popolo per conto della giunta militare al potere», ha raccontato la giornalista Yogita Limaye. «Quello che abbiamo visto è un popolo che ha ricevuto ben poco aiuto di fronte a questo enorme disastro».
AP Photo/LaPresse
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