Inquinamento
Mediterraneo, c’è plastica nei viventi, dalle cozze alle balene
È una delle aree al mondo con più biodiversità, ma anche con più plastica. «Abbiamo documentato la presenza di inquinanti in quarantasei specie diverse in tutto il Mediterraneo», dice Maria Cristina Fossi, docente di ecologia ed ecotossicologia all’Università di Siena. Da anni coordina un team di ricercatori “acchiappaplastiche”, i Plastic Busters. Oggi sono al lavoro sul fronte dei contaminanti emergenti: sostanze farmaceutiche, di cura personale, o d'abuso, come la nicotina e gli stupefacenti, nel mare
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Il Mediterraneo è la seconda regione geografica al mondo per la quantità di specie animali e vegetali che ospita: 17mila, di cui il 20-30% è endemico. È un grande hotspot di biodiversità. Ma, allo stesso tempo, è anche una delle aree del pianeta più interessate dai rifiuti di macro e microplastica, a causa della sua conformazione a bacino semichiuso e della particolare circolazione delle correnti. Per monitorare, ridurre e studiare le conseguenze della plastica, in gergo marine litter, sull’ambiente e sulla salute della fauna, dodici anni fa l’Università di Siena ha lanciato l’iniziativa Plastic Busters, gli “acchiappaplastiche”. A capo del gruppo di ricerca, sin dall’inizio, c’è Maria Cristina Fossi, docente di Ecologia ed Ecotossicologia presso l’ateneo toscano. Negli anni, dall’iniziativa si sono sviluppati diversi progetti, che coinvolgono molti enti di ricerca sulle due sponde del Mare Nostrum. Plastic busters è diventato anche un marchio riconosciuto dall’Unione per il Mediterraneo, una delle più importanti istituzioni intergovernative che si occupano di quest’area comprendendo anche la componente ambientale.
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Siete stati tra i primi al mondo a studiare le microplastiche nell’ambiente e negli organismi viventi, quando non ne parlava nessuno. A che punto sono le vostre ricerche oggi?
Nel 2012 abbiamo pubblicato il primo lavoro in assoluto sull’impatto delle microplastiche sulle balene. Nei mari, sono gli animali che filtrano la maggiore quantità di acqua, e dunque potevano essere i più a rischio di contaminazione. Ogni volta che una balenottera apre bocca filtra 70mila litri d’acqua. Una cozza, appena trecento al giorno. In questi anni, con Plastic busters, abbiamo documentato la presenza di inquinanti in quarantasei specie diverse in tutto il Mediterraneo. Dalle cozze alle oloturie, o cetrioli di mare, dai crostacei a molti pesci, uccelli, tartarughe e mammiferi: in tutti gli organismi marini che abbiamo esaminato, abbiamo trovato microplastica e additivi della plastica, come gli ftalati. Quando possibile, abbiamo ricercato anche gli effetti tossicologici, analizzando le risposte a dei biomarker, correlati alla presenza di certi inquinanti.
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È possibile stabilire gli effetti di queste sostanze sulla salute degli animali?
Sappiamo che gli ftalati sono distruttori endocrini, cioè alterano in qualche modo l’attività ormonale. Abbiamo messo a punto una serie di biomarcatori a livello molecolare, che indicano l’esposizione a questo tipo di stress tossicologico. Per poter stabilire se ci siano alterazioni a livello fisiologico riproduttivo, bisognerebbe indagare su un elevato numero di individui morti, cosa che per fortuna non c’è. Usiamo metodologie di investigazione non letali. Per capirci: nei cetacei analizziamo biopsie cutanee, individuando la presenza degli inquinanti e dei marker di esposizione, che potrebbero essere segnali di alterazione.
Perché è importante avere un metodo standard per il monitoraggio delle plastiche e coinvolgere tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo?
Il marine litter non ha confine, perché si muove trasportato dalle correnti. E così gli sforzi per la sua riduzione devono essere comuni in tutto il bacino: insieme si deve lavorare nella stessa direzione, altrimenti il problema non si risolverà. Lo affermano, basandosi proprio sui dati raccolti dal nostro gruppo di ricerca, sia la Convenzione di Barcellona, nata nel 1976 per proteggere il Mare nostrum dall’inquinamento, sia l’Unione per il Mediterraneo. Abbiamo messo a punto e trasferito sulla sponda sud, in Libano, Giordania, Tunisia e Marocco, metodologie armonizzate per monitorare l’impatto del marine litter sulla componente ambientale e sulla biodiversità, dagli invertebrati, come le cozze, fino alle balene. Da tutte queste attività di ricerca è nata anche una serie di azioni di mitigazione, legate alla Direttiva Ue sulla strategia per l’ambiente marino e alla Convenzione di Barcellona.
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Da anni, la scienza ha dimostrato quanto diffuse siano le macro e microplastiche nell’ambiente. Per ridurre l’inquinamento, però, il passo successivo spetta alle istituzioni…
Abbiamo ottenuto alcuni risultati eccezionali. Basti pensare che proprio dai dati sulla presenza in tutte le spiagge europee di rifiuti plastici, che provengono da piatti, bottiglie, sacchetti usa e getta, etc., è nata la direttiva Ue 904 del 2019, che vieta la plastica monouso. A livello italiano, inoltre, non sono più presenti le microplastiche nei cosmetici. Per una strategia efficace di governance, bisogna mettere a punto non solo misure di riduzione, ma anche di sostituzione con altri materiali, di riciclaggio, rimozione…
Le vostre ricerche si concentrano sul Santuario Pelagos, un’area marina protetta abitata dai cetacei, dove non si dovrebbero trovare inquinanti…
È un’immagine idilliaca, che non si riflette sulla realtà. La plastica non dovrebbe stare lì, come in nessun altro luogo, e invece anche nel Santuario, la zona con la massima biodiversità del Mediterraneo, si trova una considerevole quantità di marine litter, a causa delle correnti…
L’Università di Siena fa parte del National biodiversity future center – Nbfc, il grande progetto italiano per lo studio e la divulgazione della biodiversità finanziato dal Pnrr. Di cosa vi occupate?
Facciamo parte del settore che analizza gli impatti antropici sulla biodiversità del Mediterraneo. In particolare, operiamo in “Zero pollution“, azione coordinata dal prof Francesco Regoli, del Politecnico delle Marche, allo scopo di valutare l’effetto di contaminanti emergenti sulla diversità biologica, in collaborazione con un’ampia rete di università ed enti di ricerca. Analizziamo le microplastiche e gli additivi della plastica, come gli ftalati, ma non solo. Per la prima volta, monitoriamo la presenza in mare di sostanze utilizzate a scopo farmaceutico, o di cura personale, ma anche d’abuso, come la nicotina e gli stupefacenti. Parliamo di “contaminanti emergenti” perché non esiste una regolamentazione sulla loro diffusione in ambiente. È uno studio pionieristico, di cui avremo i primi risultati tra diversi mesi.
Le foto sono di Plastic Busters, iniziativa dell’Università di Siena
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