Migrazioni

Lo “zar” e i nuovi soldati, così Trump ha blindato il confine

Dalla nomina di Tom Homan come «border czar» al blocco dell'app per presentare domanda di asilo passando per le deportazioni degli irregolari, ecco le principali azioni del presidente americano

di Francesco Crippa

Detto, fatto. In campagna elettorale Donald Trump aveva promesso un approccio intransigente in tema di immigrazione. A due mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca, il bilancio provvisorio sembra dargli pienamente ragione: i tentativi di ingresso dal confine col Messico sono crollati, mentre gli aerei per deportare immigrati fuori dai confini nazionali volano a pieno regime, con tanto di sponsorizzazione ammiccante sui social network del presidente o del suo staff. Una tabella di marcia che non esclude la riesumazione di leggi ottocentesche e scontri con il potere giudiziario. L’ultimo in ordine cronologico il 31 marzo, quando un giudice federale della California ha bloccato la decisione dell’amministrazione Trump di revocare lo status di protezione umanitaria temporanea  per circa 350mila cittadini venezuelani. Senza di essa, tra pochi giorni sarebbe scaduto il loro permesso di soggiorno e sarebbero stati esposti al rischio di deportazione.

C’è un dato, più degli altri, che inquadra l’efficacia delle politiche di Trump. A febbraio, il primo mese passato per intero nello Studio ovale – il numero di persone fermate dalla polizia di frontiera al confine col Messico è crollato di quasi il 94 per cento rispetto a un anno fa: 8.347 nel 2025, 140.641 nel 2024. Anche se è iniziata già nell’ultimo anno di governo di Joe Biden, la dinamica è accelerata da quando Trump gli è succeduto. Il motivo di questo calo non è un allentamento dei controlli ma una riduzione della pressione al valico. I migranti, infatti, sono sempre più disincentivati a provare a entrare negli Usa, anche perché uno dei primi ordini di Trump è stato quello di bloccare l’app attraverso cui si può fissare un appuntamento per presentare domanda di asilo.

Abbiamo provato a riavvolgere il nastro e mettere in fila le principali azioni di contrasto all’immigrazione prese dal presidente statunitense fino a oggi.

Un plenipotenziario per il controllo delle frontiere

La prima iniziativa per dimostrare che quanto detto in campagna elettorale non era solo propaganda è arrivata già a novembre 2024 con la nomina di Tom Homan come “border czar”. Nel linguaggio giornalistico americano, “czar” indica un ufficiale di altissimo rango con funzioni esecutive a cui viene affidato un particolare ambito. Si tratta di figure nominate direttamente del presidente senza bisogno di approvazione da parte del Senato, a differenza di quanto accade per i segretari generali. Homan, dunque, è una sorta di plenipotenziario delle politiche che riguardano l’immigrazione. La sua nomina è stato un segnale chiaro: noto per le sue posizioni fortemente contrarie all’accoglienza degli stranieri, Homan è stato direttore del dipartimento per l’Immigrazione e le dogane dal 2017 al 2018. In questo ruolo si è distinto soprattutto per la sua politica “tolleranza zero” con cui ha separato forzatamente oltre cinquemila bambini dai loro genitori perché immigrati irregolari.

A fine gennaio, il governo americano ha annunciato un potenziamento delle attività della polizia di frontiera tramite il dispiegamento di truppe al confine con il Messico. 1.500 soldati che sono andati ad aggiungersi ai già presenti 2.500. «È solo l’inizio», aveva commentato il segretario alla Difesa Robert Salesses.

Diritto di asilo, una stretta che è anche digital

Da quando è in carica, Trump ha anche ridotto il perimetro del diritto di asilo. Non tanto limitando i casi in cui può essere concesso, quanto rendendo più difficile la procedura per richiederlo. Nel giorno del suo insediamento, il presidente ha firmato un ordine esecutivo che impedisce ai migranti senza documenti di presentare domanda di asilo. Lo stesso giorno, il 20 gennaio, ha smesso di funzionare Cbp One, l’applicazione per smartphone attraverso cui i migranti potevano fissare un appuntamento per presentare la domanda. Lanciata da Joe Biden, l’app era pensata come uno strumento di razionalizzazione delle procedure di controllo e di facilitazione di accesso al servizio per chi voleva entrare negli Usa. Secondo diversi giornali, il suo improvviso blocco ha lasciato nel limbo circa 30mila migranti avevano un appuntamento già programmato.

Si tratta, in questo caso, di persone che si trovavano sul lato messicano del confine. Tra le altre azioni di Trump, infatti, c’è anche la ripresa della sua politica “Remain in Mexico“. Già adottata nel suo primo mandato, prevede che chi presenta domanda di asilo aspetti l’accettazione nel Paese centroamericano e non già dentro i confini statunitensi (nella foto di apertura di AP Photo/Gregory Bull/LaPresse migranti bloccati in attesa a Tijuana). Una mossa, questa, volta a evitare di dover espellere i soggetti reputati non idonei.

Inoltre, Trump ha bloccato il programma di insediamento dei rifugiati in vigore dal 1980 che permette a rifugiati da tutto il mondo di costruirsi una nuova vita negli Usa. Al momento della sospensione, il programma sosteneva circa 100mila persone, il numero più alto dal 1995.

Deportazioni in calo rispetto all’era Biden, ma con una comunicazione più aggressiva

Nonostante siano adottate da quasi tutti i governi del mondo, soprattutto in questo periodo, le  espulsioni degli immigrati sono tra le azioni più evidenti del nuovo corso americano. Non tanto per i numeri: a febbraio sono state 37.600, ben lontano dal livello medio dell’era Biden che si attestava sulle 57mila espulsioni mensili. Nel caso di Trump a colpire è l’aggressività della comunicazione: da gennaio è iniziata una gara a ricondividere festosamente sui social l’annuncio dell’avvenuto rimpatrio dei migranti.

L’amministrazione americana non si fa scrupolo a parlare di «deportazioni». Il caso più eclatante è stato a metà marzo, quando oltre 250 cittadini di origine venezuelana o salvadoregna sono stati deportati verso El Salvador. In quell’occasione, per procedere all’espulsione Trump ha dovuto scavalcare l’opposizione di un giudice: per farlo, ha riesumato una legge del 1798, l’Alien enemis act. Abbiamo raccontato la vicenda nell’articolo qui sotto.

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