Lavoro e Disabilità
Le associazioni contro Trump: niente dazi sull’inclusione
L'amministrazione Usa ha chiesto alle aziende europee di adeguarsi alla stretta americana sulle politiche per l'inclusione lavorativa delle persone con disabilità. Le associazioni, indignate, chiedono alla politica e alle imprese italiane una chiara presa di posizione. Nico Acampora, fondatore di PizzAut: «Trump venga da noi a vedere se i lavoratori con disabilità non sono efficaci»

«Invitiamo il presidente americano Donald Trump, insieme a Elon Musk, a venire a mangiare da noi». Nico Acampora, il fondatore di Pizzaut, risponde così alla richiesta di conformarsi a un ordine esecutivo volto a ridurre gli impegni nella promozione della diversità e nella lotta alla discriminazione, che il tycoon ha fatto alle grandi aziende europee che hanno rapporti commerciali con gli Usa. «Trump dice che i lavoratori con disabilità sono meno efficaci», continua, «ma nel mio ristorante ci sono 350 coperti tutte le sere e i clienti escono dopo aver mangiato bene e in tempi più che rapidi. Uno Stato sovrano è libero di avere le proprie posizioni, ma che imponga a un altro Stato sovrano le sue politiche di inclusione è qualcosa di incredibile».
Sbigottiti per le ingerenze
Lo sbigottimento per le richieste dell’amministrazione a stelle e strisce attraversa tutto il mondo delle associazioni e delle realtà che si battono per i diritti delle persone con disabilità. «Fish esprime una ferma condanna nei confronti dell’ingerenza dell’amministrazione Trump nelle politiche aziendali europee in materia di diversità, equità e inclusione», ha subito scritto in una nota la Federazione italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie. «Ribadiamo con forza il nostro impegno affinché le politiche di inclusione restino al centro dell’agenda sociale europea e che le aziende siano libere di promuovere azioni concrete per un’inclusione reale», dice Vincenzo Falabella, il presidente nazionale. «Non tollereremo che imposizioni esterne indeboliscano il valore universale della diversità e dell’equità sociale. La battaglia per un mondo più giusto e inclusivo è una responsabilità collettiva e continueremo a difenderla con determinazione».
Dello stesso avviso anche l’Associazione italiana persone down – Aipd. «Le azioni intraprese dall’amministrazione Trump rischiano infatti di compromettere i valori fondamentali di giustizia e uguaglianza», afferma Gianfranco Salbini, il presidente. «Le politiche promosse dalle aziende europee per la diversità e la lotta contro la discriminazione – aggiunge Salbini – sono essenziali per difendere i diritti umani e la dignità di ogni individuo. Trovo inaccettabile che gli Stati Uniti interferiscano con la capacità dell’Europa di difendere i propri principi fondanti. L’inclusione sociale non è negoziabile e ogni passo indietro rappresenta un pericoloso precedente, soprattutto per le persone vulnerabili, come quelle con disabilità».
Cui prodest?
Alcuni si chiedono quale vantaggio ci possa essere per gli Stati Uniti nel limitare le politiche di inclusione. Non si tratta certo di una questione economica o politica, ma eminentemente culturale. «L’Italia ha una tradizione di inclusione che non è quella americana», dice Acampora, «da noi da decenni non ci sono più le classi speciali. Nelle nostre scuole i ragazzi stanno tutti assieme, non solo per il bene del ragazzo disabile, ma anche per il bene di quello neurotipico o senza disabilità. Stare insieme fa crescere tutti in modo migliore. Se il Governo americano vuole togliere questa ricchezza ai suoi cittadini – perché la diversità è una ricchezza – non può obbligare anche gli altri Paesi a impoverirsi». Tra l’altro – è la provocazione di Acampora – Elon Musk ha dichiarato di essere autistico. Vorrebbe dire che non è efficiente e va licenziato?
L’efficienza – come dimostra l’esempio di Pizzout – non dipende solo dall’individuo, ma dall’ambiente in cui è inserito. Per questo servono politiche di inclusione: un lavoratore autistico, per esempio, dà il meglio se ci sono degli accorgimenti nelle attrezzature, nelle insonorizzazioni e nelle luci che siano rispettosi delle loro particolari esigenze sensoriali.
Se il Governo americano vuole togliere ricchezza ai suoi cittadini – perché la diversità è ricchezza – non può obbligare anche gli altri Paesi a impoverirsi
Nico Acampora
Appello alle aziende
Ma se il fondatore di PizzAut è fiducioso nella fermezza delle aziende nostrane nel mantenere le proprie politiche di diversità e di inclusione, qualche dubbio lo esprime invece Marco Sessa, presidente dell’Associazione italiana per l’informazione e lo studio dell’acondroplasia – Aisac. «Una parte del mondo industriale non aspettava altro che una richiesta del genere», commenta, «così ora possono essere autorizzate a fare quello che sinora avrebbero potuto fare e non hanno mai potuto fare. Ora questo atteggiamento è stato sdoganato e ho paura che possa diventare prassi». Secondo lui, se la disabilità è al momento più tutelata, tutte le altre categorie che beneficiano delle politiche di inclusione e di rappresentazione potrebbero essere molto penalizzate. «Quello che mi stupisce è il silenzio in cui tutto ciò sta accadendo, anche da parte dei rappresentanti politici», chiosa.
La politica non può tacere
È proprio per coinvolgere la politica che CoordDown, coordinamento di associazioni che promuovono i diritti delle persone con sindrome di Down, ha lanciato una lettera aperta rivolta alla presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, al ministro Tajani, alla ministra Locatelli, al ministro Urso, alla ministra Calderone e al presidente dell’autorità garante delle persone con disabilità Borgo, per chiedere interventi concreti contro quelli che definisce “dazi all’inclusione”. «L’amministrazione Trump sta perseguendo in patria un fermo contrasto ai programmi di Diversità Equità Inclusione e Accessibilità accusati paradossalmente di intenti discriminatori» si legge nel testo. «Un intento che si è subito tradotto negli Usa in azioni concrete: le aziende private che lavorano con l’amministrazione federale dovranno rivedere le loro politiche Deia. Il messaggio è chiaro: chi promuove l’inclusione delle persone con disabilità, delle minoranze etniche o di genere non potrà lavorare con gli Stati Uniti, pena l’esclusione dagli appalti pubblici statunitensi».
«Ciò che il presidente pro-tempore americano definisce “discriminazioni illegali” sono, in Europa, diritti sanciti dall’atto fondativo Ue, da direttive antidiscriminatorie consolidate, dallo stesso Pilastro europeo dei diritti sociali, dalle costituzioni dei singoli Stati. Sono l’esito sia di battaglie civili che di una assunzione di consapevolezza delle istituzioni europee. L’Europa e le sue istituzioni – pur con errori e limiti – ha scelto irrevocabilmente un’altra cultura che nessun radicalismo può scalfire nemmeno con i ricatti economici. Nella storia europea del Novecento è ben chiaro dove portano politiche che fomentano l’indignazione culturale per giustificare decisioni discriminatorie, crudeli e divisive. Oggi come allora, dobbiamo opporci con forza a ogni tentativo di imporre visioni regressive e pericolose», continua la lettera aperta.
L’associazione chiede alla politica di rispondere subito, andando in una direzione diametralmente opposta rispetto a quella di Donald Trump, con un rilancio delle politiche di inclusione con interventi premiali per le aziende che le perseguono. «CoorDown e le associazioni firmatarie della lettera continueranno a battersi», conclude il testo, «in Italia e nel mondo, per un futuro dove l’inclusione non sia un’opzione, ma un diritto non negoziabile».
In copertina il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Photoshot/Ag.Sintesi
Vuoi accedere all'archivio di VITA?
Con un abbonamento annuale potrai sfogliare più di 50 numeri del nostro magazine, da gennaio 2020 ad oggi: ogni numero una storia sempre attuale. Oltre a tutti i contenuti extra come le newsletter tematiche, i podcast, le infografiche e gli approfondimenti.