Fra le pieghe dei dati copia/incolla che i giornalisti fanno dal rapporto povertà 2013 dell’Istat, sempre con gli stessi titoli appiccicati sopra, si nasconde una considerazione amara: ai […] peggioramenti in termini di povertà relativa si contrappone il miglioramento della condizione dei single non anziani nel Nord (l’incidenza passa dal 2,6 all’1,1%, in particolare se con meno di 35 anni), seppur a seguito del ritorno nella famiglia di origine o della mancata formazione di una nuova famiglia da parte dei giovani in condizioni economiche meno buone”.
Insomma, l’Istituto nazionale di Statistica certifica che la rinuncia alla famiglia, o la scelta di avere solo un figlio, incida in maniera determinante sui tassi di povertà. Per un Paese che non può più permettersi tante nascite, stare da soli, o in pochi, è un piccolo lusso, un solido paracadute contro la povertà. Perché si può tornare a babbo e mamma oppure perché da soli è più facile mettere insieme quel che serve per vivere dignitosamente.
Niente di nuovo in fondo, ma anche le statistiche hanno un cuore e dietro a questo dato c’è più di un po’ di rassegnazione che galoppa. Resta da capire se la rinuncia sia una scelta o una costrizione, ma non pretendiamo troppo dai numeri: in fondo anche loro, come le persone che rappresentano, hanno un’anima difficile da interpretare.
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