Welfare

La Nike a Pechino: «Noi ci andiamo, a casa restino i politici»

«Se non ci fossero i nostri atleti non si noterebbe nemmeno l’assenza dei primi ministri», spiegano dalla sede europea.

di Carlotta Jesi

Se non ci fossero gli atleti non ci sarebbero le Olimpiadi e se non ci fossero le Olimpiadi non si noterebbe l?assenza di primi ministri e regnanti alla cerimonia di apertura a Pechino». Sembra uno scioglilingua, quello di Massimo Giunco, responsabile comunicazione di Nike Europe. Invece è un no, secco, al boicottaggio dei Giochi cinesi. O, meglio, un no al boicottaggio da parte degli sponsor: «Se non ci fosse Coca Cola ci sarebbe Pepsi, se non ci fosse Volkswagen ci sarebbe Peugeot e la tititera, che vale anche per Nike, potrebbe andare avanti all?infinito».

Il dubbio che Giunco stia giocando allo scaricabarile, c?è. Soprattutto vista l?opportunità di business: troppo comodo per un?azienda che in Cina produce il 35% delle sue scarpe e che nel Paese guadagna un miliardo di dollari l?anno su 16 miliardi di fatturato, dire che le Olimpiadi possono boicottarle i politici ma non gli sponsor? «A questi numeri possiamo aggiungere anche il miliardo di spettatori che catalizza un?Olimpiade solo durante la cerimonia di apertura, ma la risposta non cambia: come ha detto il cestita Kobe Briant, uno dei nostri atleti, ?se non andassimo a Pechino, il Tibet non potrebbe attrarre l?attenzione mondiale?». Gli atleti, appunto: Nike, che non è sponsor ufficiale dei Giochi, ha investito in ricerca e innovazione per i veri protagonisti delle Olimpiadi il 5% del suo fatturato annuo. «Su prodotti che non sono nemmeno venduti al pubblico», precisa il responsabile comunicazione, «Nike è sport, e un?Olimpiade è lo zenit dell?essere nello sport». Di boicottarla, non si è discusso neanche per un istante. Nelle riunioni del management ma «nemmeno nelle pause caffè dei dipendenti o nei blog e forum animati dai clienti», assicura Giunco, «perché sanno che la sfida è altrove». Nelle fabbriche cinesi che producono le linee del marchio: 250, su un totale di 800 nel mondo, con più di 210mila dipendenti i cui diritti umani spesso non vengono rispettati. È la stessa Nike a denunciarlo, nel report Innovative for a Better World: 40 pagine di numeri sui problemi sociali e ambientali che ancora si registrano nelle fabbriche cinesi, a Taiwan, Hong Kong e Macao, pubblicate proprio nei giorni in cui la fiaccola olimpica attraversava Parigi e Londra infiammando l?opinione pubblica. Un supplemento al Rapporto sulla responsabilità sociale del marchio, con dati aggiornati al 2007, che ha sembra ammettere un concetto chiaro: la violazione dei diritti umani è anche un problema delle grandi aziende, e il primo passo per risolverlo è la trasparenza.
Il rapporto Nike sulla Csr: www.nikeresponsibility.com

MADE IN CHINA

  • 1 mld di dollari:

entrate di Nike in Cina su un fatturato globale di 16 miliardi di dollari

  • 250:

numero aziende produttrici di merce Nike in Cina, su 800 nel mondon

  • 210 mila:

dipendenti delle aziende che lavorano per Nike in Cina

  • 35%:

percentuale delle scarpe Nike prodotte in Cina nell?anno fiscale 2007

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