Idee Ucraina

Viktor torna alla guerra

Che cosa resta al rientro da un viaggio di solidarietà in Ucraina con il Mean (Movimento europeo di azione nonviolenta)? Le storie delle persone. E in particolare, il legame con Viktor, soldato ucraino che al fronte, con il suo telefono, è capace di fotografare un'ape su un girasole

di Doriano Zurlo

quando Tetyana ha scritto sul gruppo di whatsapp «Domani Viktor torna al fronte, vi voleva salutare tutti», ho avvertito una profonda angoscia. E, pur non essendo un tipo particolarmente pregaiolo, mi è venuto spontaneo suggerire al gruppo di dire una preghiera per lui. Viktor è il soldato ucraino che abbiamo incontrato tornando in treno da Kharkiv io e le altre persone con cui, nella prima settimana di marzo, abbiamo fatto un viaggio di solidarietà organizzato dal Mean (Movimento europeo di azione nonviolenta) per incontrare la società civile di quella città dell’Est ucraino. Laggiù dove, probabilmente, i tanti soloni che ci vogliono spiegare la “verità di questa guerra” non sono stati mai.

Con Viktor abbiamo parlato a lungo. Insieme a Tetyana, Angelo, Marcello, Luis, Carlo e Maria Chiara, lo abbiamo tempestato di domande. E lui era contento. Sembrava non desiderasse altro che parlare, raccontare, condividere. Si è creato un legame. Tanto che, adesso, l’idea che la sua licenza sia finita, e che si trovi di nuovo in zona di guerra, fa stringere il cuore. Un conto è parlare di certe cose in astratto, un altro è incontrare la carne viva delle persone, quella carne fatta di biologia, pensieri, desideri e sentimenti che, date le circostanze, potrebbe cessare di esistere da un momento all’altro.

Rientrare al fronte

Pur detestando Trump, ho sperato che gli riuscisse il colpaccio. Voglio dire: che davvero risolvesse il conflitto ucraino in due giorni o poco più, come aveva promesso. Così Viktor sarebbe potuto rimanere a casa, con la sua famiglia. Ma il colpaccio non c’è stato. Non che ci credessi troppo. L’impressione che ho del presidente degli Stati Uniti è di una persona quantomeno poco affidabile. Promette la soluzione di un conflitto che ha causato “milioni di morti” (queste le sue parole), e intanto avvalla “totalmente” l’orrenda ripresa del massacro di Gaza, e nel frattempo ordina nuovi bombardamenti sullo Yemen (di cui, peraltro, sarebbe bello sapere qualcosa). Come pacifista mi pare discutibile. Ma questa è la mia opinione e vale quello che vale, cioè: zero.

Viktor e sua moglie.

Rimane che ho sperato di essere contraddetto, di sbagliarmi, di avere torto marcio. E qui, forse, sta un punto di differenza tra me e i soloni di cui sopra, e anche dei loro megafoni sui social (mi riferisco a tutte quelle persone che ripetono come pappagalli – in modo apodittico, per usare un termine più tecnico – tesi che la realtà ha sconfessato da un pezzo. Per esempio che con Putin sarebbe bastato trattare e la guerra sarebbe finita prima ancora di iniziare). Bene, qual è il punto di differenza? Questo: che a me piacerebbe avere torto. Che non me ne frega nulla di vincere la contesa, se questo significasse che delle vite verranno salvate. Purtroppo, almeno in questo caso specifico, è andata proprio come pensavo. Trump non ha risolto la cosa in due giorni, e a Viktor è toccato tornare al fronte.

Chi è Viktor

Viktor è un uomo di cinquant’anni, originario di Kramators’k, città del Donbas. È russofono ma non filorusso. Come tanti russofoni del Donbas si sente totalmente ucraino. Russofono vuol dire che parla sia il russo che l’ucraino, come quasi tutti gli abitanti di quelle zone. Nel 2014 ha dovuto trasferire la sua famiglia prima a Odessa, e poi, qualche anno dopo, a Leopoli, perché nel Donbas non era più possibile vivere. Bande violente, infiltrate e armate da Putin, giravano per le strade della città a minacciare chi non sposava la causa filorussa. Questo il suo racconto, là, in quello scompartimento di treno che ci portava a Leopoli.

Preferite credere a Steve Witkoff? Il portavoce di Trump per il negoziato che si sta svolgendo proprio in questi giorni a Riad ha affermato che nelle zone occupate le persone «sono di lingua russa, ci sono stati referendum dove la stragrande maggioranza delle persone ha indicato di voler essere guidata dai russi». Dopodiché, nella stessa intervista sbaglia sia il numero che i nomi degli oblast ed è convinto che il Donbas, il Lugansk e il Donetsk siano tre regioni distinte. Un altro pappagallo che ripete la vulgata che fa comodo a Trump e a Putin, senza nemmeno averla imparata come si deve. Domanda: quanto vale questa affermazione, evidentemente interessata, rispetto alle testimonianze dirette? Anche a una sola testimonianza diretta? A Kharkiv abbiamo incontrato solo russofoni, com’è ovvio per chi conosce un po’ la storia di quelle zone, ma sono russofoni che chiamano i russi “i nostri vicini pazzi”. Viktor è del Donbas, proprio come Tetyana che è venuta dall’Italia con noi, e come migliaia di altre persone che vivono in condizioni precarie dal 2014. Ho una proposta. Perché non lo facciamo adesso, un bel referendum? Sotto il controllo delle Nazioni Unite però, e con gli eserciti ritirati, lontani. Facciamolo, dai. Scopriamo la verità. Non è forse la verità la forza della pace, come diceva Giovanni Paolo II? Ma oggi davvero non c’è limite alla contraffazione della verità, o anche, semplicemente, alla certificazione della sua irrilevanza, e questo è il problema dei problemi.

Un destino beffardo

Del Donbas era anche una famiglia composta da quattro persone: madre, padre, un ragazzo e una ragazza. Fuggiti nel 2014 per le stesse ragioni che avevano indotto la famiglia di Viktor a lasciare la terra d’origine, avevano trovato rifugio a Bucha, una cittadina a qualche chilometro da Kyiv. Il destino è davvero beffardo. Pensavano di avere trovato pace e futuro, tutti e quattro, lontani dalle violenze. Ed è stato così, per qualche anno. Lui aveva trovato lavoro. La madre anche. I ragazzi andavano a scuola. Poi la sorte ha voluto che venissero trucidati nel massacro avvenuto in quella cittadina nel marzo del 2022, quando le truppe russe, in ritirata dopo lo scontro con la resistenza di Kyiv, così inaspettata, hanno pensato bene di lasciare dietro di sé, a Bucha, più di 400 civili torturati e uccisi.

Certi soloni nostrani hanno parlato di messinscena. Del massacro di Bucha, Marco Travaglio ha scritto: «Francamente importa poco chi li abbia uccisi, e dove, e quando: chiunque sia stato non sposta di un millimetro il giudizio sulla guerra, che è sempre sterminio e distruzione». Travaglio non afferma direttamente quella che sa essere una manifesta bestialità: ovvero che il massacro di Bucha potrebbe non essere stato perpetrato dalle truppe russe. Però lascia aperta vigliaccamente l’ipotesi, perché sa che avrà presa su menti poco attrezzate al pensiero critico. Che poi incornici la menzogna all’interno di una affermazione alla Miss Italia (la guerra è sempre sterminio e distruzione, grazie tante…) fa persino ridere. Il più giustizialista dei giornalisti, il più manettaro, uno che sbatterebbe in galera per il furto di una mela, dell’orrendo massacro dice, nel 2022: «Francamente importa poco chi li abbia uccisi…».

Io a Bucha ci sono stato però. Proprio là, in quella chiesetta sul cui terreno è stata trovata una fossa comune con tanti cadaveri, la chiesetta citata più volte con disprezzo dallo stesso Travaglio, che ne ha parlato come di uno specchietto per le allodole per noi gonzi occidentali. Ci sono stato, là, e il parroco, un prete ortodosso, mi ha indicato la casa dove vivevano proprio le quattro persone di cui ho raccontato, quelle rifugiate dal Donbas nel 2014 e poi trucidate nel 2022 dai russi in ritirata. Abitavano vicino alla chiesetta, proprio lì. Sono stati ammazzati mentre cercavano di salire in macchina per scappare: padre, madre e due ragazzi. Erano buoni parrocchiani, mi ha detto il prete, con gli occhi ancora fuori dalle orbite per l’orrore vissuto. In generale, i morti di Bucha erano tutte brave persone. Tra di loro, gente che partecipava alle funzioni domenicali, che cantava nel coro della chiesa.

Fotografare un’ape su un girasole

Ma voglio tornare a Viktor. Viktor non è un intellettuale. Lavora al tornio. Fa il muratore. È proprio una di quelle persone a cui i “soloni” di cui sopra (sì, ce l’ho con i soloni, di destra e di sinistra, se questo può confortare…) potrebbero dire: ma che ne capisci tu di cosa c’è sotto a questa guerra? Lo sappiamo noi, che in Ucraina non ci siamo mai neanche stati!

Viktor mi ha dimostrato che non serve chissà quale cultura per dimostrarsi davvero “colti”, cioè umani. Viktor è una persona semplice, che al fronte, con il suo telefono, è capace di fotografare un’ape su un girasole, colpito dalla bellezza straziante, imperturbabile e commovente che continua ad ammantare il Creato, anche sotto il fuoco dei droni e delle bombe. Viktor è un testimone del desiderio di felicità e bellezza che muove il cuore degli uomini, persino quello di chi questo desiderio l’ha dimenticato, per andare dietro a stupide brame di potere.

Foto scattata da Victor al fronte.

Di Viktor ho raccontato molto sui miei profili social. Lui è artigliere. Il suo lavoro è sparare un grosso proiettile da mortaio (o qualcosa del genere) verso le coordinate che gli vengono indicate. «Io non so chi c’è di là, quando sparo», ci ha detto. «Forse uccido qualcuno, e forse questo qualcuno è anche una brava persona, io non lo so. Però è una persona che mi sta puntando un fucile addosso, e io devo difendermi». Trovo che sia un pensiero profondo, quello che non dimentica l’umanità del proprio nemico.

Viktor non è un volontario. È stato reclutato su un pullman, mentre tornava a casa dal lavoro. Certo non scalpitava dalla voglia di combattere. Però quando gli hanno chiesto di andare al fronte, dice di aver sentito che era arrivato il suo momento, che doveva dare il suo contributo. Le parole di Viktor non sono quelle di un esaltato. Non c’è il panegirico del valore, della forza, dell’eroismo. Nessuna retorica bellica. Nessuna “epica del guerriero”, per usare un’espressione particolarmente infelice dello scrittore Antonio Scurati. Le parole di Viktor sono impregnate di senso del dovere verso il suo popolo, questo sì, ma anche di una profonda stanchezza e malinconia. Nel messaggio che ha inviato a Tetyana, oltre a salutarci aggiungeva: «Spero di rivedervi tutti». Lo spero anch’io.

In apertura, il memoriale con i nomi di tutti i corpi ritrovati a Bucha. Le fotografie sono dell’autore

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