Idee La Trumpeconomics e noi

La guerra dei dazi pesa sui fragili ma l’Europa diventi migliore

La presidente di Banca Etica interviene sul quadro economico generato dalle politche doganali del presidente americano. L'Ue, dice, scommetta sul mix di sostenibilità economica, sociale e ambientale su cui gode di un netto vantaggio

di Anna Fasano

I dazi sulle importazioni tendono a colpire in modo sproporzionato le famiglie a basso reddito, le donne e le piccole imprese, insomma coloro che potrebbero dover far fronte con difficoltà all’aumento dei costi fissi del commercio. A sottolinearlo era l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) in un rapporto pubblicato nel 2024. Giova ricordarlo oggi, dopo che il presidente americano Donald Trump ha dato il via ufficiale con la propria firma a una guerra commerciale con il resto del mondo, basata sull’innalzamento a due cifre dei dazi sui beni non prodotti negli Stati Uniti, imponendo un +20% di costi all’Europa. Gli effetti economici delle misure sono allo studio ma le prime stime ipotizzano per l’Italia un sostanziale azzeramento della crescita del prodotto interno lordo, che si fermerebbe allo 0,2%.

Anna Fasano, presidente Banca Etica

L’azione messa in campo dalla Casa Bianca, d’altro canto, coinvolge un orizzonte che oltrepassa l’economia, consolidando la direzione divisiva di una scossa agli equilibri geopolitici nati dalla seconda guerra mondiale e innescata dal primo giorno d’insediamento del tycoon. E se l’Europa è tra i principali obiettivi espliciti di questi dazi, propagandati come una sorta di “risarcimento” all’economia statunitense, l’Unione europea ha necessità di compattarsi e di non subire. Deve agire come unico corpo economico e decisionale, strategico, preparandosi al momento in cui siederà al tavolo per trattare. L’Ue ha infatti dei punti di fragilità e di dipendenza eclatanti, specialmente sul comparto tecnologico, ma da un lato può sfruttare la leva delle proprie eccellenze, riconosciute tanto più dai cittadini americani in svariati settori, dall’altro ha l’opportunità di allargare le relazioni verso i mercati finora meno considerati, dal Sud del mondo all’Oriente. Non solo. Perché il peso che le nuove tariffe imporranno nell’acquisto dei beni di consumo tanto agli europei quanto agli americani, elettori repubblicani inclusi, potrebbe tradursi in un boomerang: il protezionismo fa male a chi non può permetterselo, mentre arricchisce la fascia del grande capitale.

E sebbene non sappiamo ancora esattamente quali saranno i principali esiti occupazionali e di reddito che caleranno sulle comunità – dato anche lo scenario internazionale di grande incertezza e preoccupazione -, questa guerra commerciale delle tariffe potrebbe aprire anche degli spiragli di cambiamento positivo. Ciò se sapremo interpretarla come un’evidenza di stress decisivo dell’attuale modello di sviluppo e di consumo, e se riusciremo quindi a rispondere applicando nuovi equilibri “sostenibili” all’interconnessione richiesta dalla globalizzazione (da cui comunque non si torna indietro); se infine sapremo valorizzare le competenze e le produzioni vicine, e contemporaneamente ricaveremo da questa crisi uno slancio per abbandonare la spirale del “sovraconsumo”, favorendo così anche la riduzione degli impatti ambientali e degli sprechi (si pensi all’impiego massivo dello shopping online, con le criticità occupazionali e ambientali che si porta dietro).

L’America si chiude? L’Europa colga l’occasione per un riassetto di senso, scommetta sul mix di sostenibilità economica, sociale e ambientale su cui gode di un netto vantaggio, e che può trasformarsi nella nostra fortuna.

Nella foto di AP Photo/Evan Vucci/LaPresse, Trump mostra il decreto delle nuove tariffe doganali.

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