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Didattica della Shoa, cosa non ha funzionato?

Il Parlamento crea un fondo da 2 milioni di euro l’anno per promuovere e incentivare i “viaggi nella memoria” delle scuole superiori nei campi di concentramento nazisti. Una buona notizia, in un momento in cui l'antisemitismo di ritorno sta obbligando tutti a una riflessione sulla didattica della memoria

di Sara De Carli

Murales di Alexsandro Palombo con raffigurata Edith Bruck per la giornata della Memoria in Via Michele Amari - Milano, Italia - Lunedì, 27 Gennaio 2025

Ci saranno 2 milioni di euro l’anno per promuovere e incentivare i “viaggi nella memoria” delle scuole nei campi di concentramento nazisti. È dedicato agli studenti degli ultimi due anni delle scuole secondarie di secondo grado e ha l’obiettivo di «far maturare la coscienza civica delle nuove generazioni rispetto all’estrema sofferenza patita dal popolo ebraico durante la persecuzione nazista della Shoah». Il ministero dell’Istruzione e del Merito, con un decreto da adottare entro 90 giorni dall’entrata in vigore della nuova legge, definirà le modalità di utilizzo delle risorse e la tipologia di spese finanziabili. Il fondo è istituito «per ciascuno degli anni 2023, 2024 e 2025»: date che portano traccia della lunghissima gestazione che la legge approvata oggi ha avuto, attraversando addirittura due legislature. Questa mattina è arrivato il via libera definitivo, all’unanimità, da parte della Camera.

Certamente si tratta di una buona notizia. Che si inserisce in un innegabile contesto di antisemitismo di ritorno. Milena Santerini ne parla ormai da qualche tempo (leggi qui). «Sta finendo l’era dei testimoni, ora dobbiamo far parlare i luoghi. Luoghi che raccontano anche una Shoah italiana», ha detto in occasione della presentazione della “Rete italiana dei Luoghi della Memoria”, nelle vesti di vicepresidente della fondazione che cura il “Binario 21” alla Stazione Centrale di Milano.

Il lavoro sulla memoria non può essere solo un lavoro emotivo, che muova alla compassione, che susciti pietà o orrore: occorre fare una riflessione sui meccanismi che hanno generato la Shoah – il razzismo, l’esclusione, la discriminazione, i pregiudizi, la creazione del nemico – e su come oggi possano riproporsi

Milena Santerini

La sfida con i più giovani? «Andare oltre l’orrore e la pietà, agganciando la memoria al tema dei diritti umani oggi. Effettivamente servirebbe fare un po’ di autocritica, a cominciare dalla scuola: è servito tutto il lavoro fatto sulla Shoah? A che cosa? Che segno ha lasciato? Il punto è che il lavoro sulla memoria non può essere solo un lavoro emotivo, che muova alla compassione, che susciti pietà o orrore per quello che è accaduto: occorre fare una riflessione sui meccanismi che hanno generato la Shoah – il razzismo, l’esclusione, la discriminazione, i pregiudizi, la creazione del nemico – e su come quei meccanismi oggi possano riproporsi. Bisogna trovare il modo di parlare della Shoah riportandoci all’oggi, facendo il passaggio sui diritti umani oggi. Le visite ai luoghi della memoria, al di là della commozione, devono generare il rifiuto dell’odio: da quello contro Israele a quello contro gli immigrati». Santerini, che da una vita insegna Pedagogia all’Università Cattolica di Milano non a caso ha lavorato a lungo sulla scuola interculturale e sul contrasto dell’hate speech.

Sapere non basta

Mai come quest’anno, il Giorno della Memoria è segnato da un inedito riconcorrersi di appuntamenti dedicati all’aspetto educativo: dinanzi a questa nuova ondata di antisemitismo, dobbiamo forse dirci che la didattica della memoria ha fallito? Come presidiare la memoria della Shoah con strumenti nuovi, che parlino agli adolescenti di oggi? Al tema ho dedicato la newsletter “Dire, fare, baciare” del 28 gennaio, l’appuntamento settimanale per gli abbonati di VITA dedicato ai temi dell’infanzia, dell’educazione, della famiglia (leggi qui la puntata e abbonati qui se vuoi ricevere la newsletter ogni martedì).


In pochi giorni, a ridosso della data, ci sono stati un convegno in Cattolica e uno in Bicocca. Ed è uscito un bellissimo libro a firma di Matteo Corradini, classe 1975, ebraista e scrittore, esperto di didattica della memoria. Si intitola Noi siamo memoria (edizioni Erickson) e vi traccia un’infinità di piste didattiche innovative per parlare della Shoah con i ragazzi delle scuole secondarie di secondo grado.  «Ecco a cosa serve una nuova generazione: a far diventare vecchi, obsoleti, tutti i dubbi della generazione precedente. A farci accorgere, se lo vogliamo, che il mondo è cambiato e che gli stessi interrogativi non hanno più una risposta. O forse che le stesse domande di prima hanno senso se poste diversamente», scrive Corradini nell’introduzione.

In premessa cita i risultati di un sondaggio sulla conoscenza della Shoah nella GenZ (nati tra il 1997 e il 2012), fatto nei Paesi Bassi dalla Conference on Jewish Material Claims Against Germany e pubblicato a gennaio 2023. Il 59% dei ragazzi non sa che vennero assassinati 6 milioni di ebrei, il 22% ritiene accettabile che un individuo sostenga opinioni neonaziste, l’89% conosce Anne Frank ma il 32% non sa che morì in un campo di concentramento. Più o meno nello stesso periodo, l’ente di beneficenza Liberation ha condotto un sondaggio tra giovani canadesi e statunitensi: circa un terzo ritiene che la Shoah sia esagerata o inventata

Ecco a cosa serve una nuova generazione: a far diventare vecchi, obsoleti, tutti i dubbi della generazione precedente.

Matteo Corradini

La fine dell’ottimismo?

Se negli anni ‘90 sono fioriti i musei e le esposizioni sulla Shoah, «forti dell’ottimistica convinzione che milioni di visitatori in tutto il mondo avrebbero imparato la storia e fin dove poteva spingersi l’odio e così facendo avrebbero smesso di odiare gli ebrei», oggi – ammette Corradini – «è difficile visitare un museo, organizzare un percorso sulla memoria, visitare un luogo di sterminio con un gruppo di adolescenti, senza la sensazione che le nostre certezze siano meno solide di un tempo: passata una generazione, l’antisemitismo è ancora sulla cresta dell’onda. A crollare non è il meccanismo di associazione tra la memoria della Shoah e una qualche idea formativa, ma quel particolare collegamento tra un fatto del passato, così lontano dall’identità e dall’immaginario dei giovani, e alcuni buoni comportamenti che ne discenderebbero, vissuti spesso dagli adolescenti in modo distaccato e inefficace. Non c’è stato contatto tra le idee speranzose della memoria e la condizione giovanile».

Negli anni ’90 era forte l’ottimistica convinzione che milioni di visitatori in tutto il mondo avrebbero imparato la storia e fin dove poteva spingersi l’odio e così facendo avrebbero smesso di odiare gli ebrei. Non c’è stato contatto tra le idee speranzose della memoria e la condizione giovanile

Matteo Corradini

Leggendo i temi della maturità

Milena Santerini – ordinaria di Pedagogia generale all’Università Cattolica, vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano e promotrice della Rete italiana dei Luoghi della Memoria –  tornando dalla cerimonia per il Giorno della Memoria al Quirinale racconta di quando, già nel 2022, nel tema di maturità venne proposto un passaggio di Liliana Segre sulla sua esclusione da scuola in seguito alle leggi razziali: «Ho letto quei temi. La maggior parte dei ragazzi dissolveva la discriminazione antiebraica mettendola quasi sullo stesso piano degli episodi di bullismo che potevano aver vissuto in classe». 

Ho letto i temi di maturità sulla citazione di Liliana Segre. La maggior parte dei ragazzi dissolveva la discriminazione antiebraica mettendola quasi sullo stesso piano degli episodi di bullismo che poteva aver vissuto in classe

Milena Santerini

Santerini non è tra quelli che parlano di fallimento di questa ingente opera di educazione «anzi, sono sicura che sia stato fatto un enorme investimento per il futuro» e «tuttavia la percezione si debba cambiare c’è, serve nuovo approccio alla memoria, quello che è stato fatto non basta. Abbiamo puntato solo sull’aspetto conoscitivo o solo sull’aspetto emotivo, senza legarli. Ma noi abbiamo bisogno sia di storia sia di memoria». Per “cambiare” vede la necessità di tenere insieme due cose: «Dobbiamo collegare la Shoah ai meccanismi di esclusione e discriminazione di oggi, non possiamo piangere sulla Shoah e poi costruire una scuola e una società basate sull’esclusione del diverso. Ma allo stesso tempo dobbiamo spiegare le differenze con la contemporaneità, spiegare che la Shoah come sterminio intenzionale di un popolo è un’altra cosa».

In apertura murales di Alexsandro Palombo che raffigura Edith Bruck, a Milano. Foto Stefano Porta / LaPresse

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