Unione Europea
Corte penale internazionale, così Orbán mette ko la diplomazia di Bruxelles
Che l'Ungheria fosse intenzionata ad abbandonare la Corte Penale Internazionale (Cpi) era noto da mesi. Ma annunciare l’uscita dalla Cpi in occasione della visita a Budapest del primo ministro israelino Netanyahu, su cui pende un mandato di cattura per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, è stato un vero e proprio tranello pianificato diabolicamente

Che l’Ungheria fosse intenzionata ad abbandonare la Corte Penale Internazionale (Cpi) era noto da mesi. Budapest, d’altronde, non perde occasione per marcare la sua diversità rispetto al resto dei Paesi europei preferendo schierarsi nei consessi internazionali con regimi più affini a quello di Orbán siano essi la Russia, la Cina o, ultimamente, gli Stati Uniti di Donald Trump. La scelta di annunciare la decisione ufficiale del governo ungherese, tuttavia, è stata fatta ad arte per mettere in imbarazzo un’Unione europea spesso divisa e impantanata nella disarmante complessità dei propri meccanismi decisionali.
I trattati europei stabiliscono inequivocabilmente che l’Ue si prefigge di promuovere nel resto del mondo il rispetto della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale. La Corte Penale Internazionale, in questo contesto, riveste un ruolo chiave. Non per niente le grandi potenze globali, Federazione Russa, Repubblica Popolare di Cina e Stati Uniti, si sono ben guardate dal firmare il Trattato di Roma che nel 2002 ha istituito il tribunale che ha sede all’Aja. Nessuna di queste vuole rischiare di finire sul banco degli imputati per le eventuali malefatte compiute dai propri militari o da chi li comanda in giro per il mondo.
L’unico grande attore mondiale a sostenerlo è stata l’Unione Europea grazie alla firma di tutti i suoi Paesi Membri che hanno individualmente competenza giuridica in merito. Nel corso degli anni il sostegno europeo alla Cpi è stato sempre più convinto e robusto a tal punto che dal primo maggio del 2006 è in vigore un accordo fra Ue e Cpi che vincola l’Unione a promuovere e a garantire l’indipendenza della Corte e a sostenerne il suo funzionamento efficace. Quello che è andato in scena ieri a Budapest, però, è stata una vero e proprio tranello pianificato diabolicamente per mettere ko la diplomazia di Bruxelles. Viktor Orbán conosce perfettamente il tallone d’Achille di alcuni governi europei quando si tratta di discutere delle relazioni con Israele.
È un nervo terribilmente scoperto che i leader del vecchio continente cercano sempre di evitare, schiacciati da un senso di colpa quasi impossibile da gestire. Perché non fare l’annuncio dell’uscita dell’Ungheria dalla Cpi, quindi, in occasione della visita a Budapest del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu? Nei suoi confronti la Corte ha spiccato nel novembre dello scorso anno un mandato di cattura per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Tecnicamente Netanyahu è un fuggitivo che i governi dei 125 Paesi firmatari dello statuto di Roma sarebbero obbligati ad arrestare se mettesse piede sul territorio di uno qualsiasi di questi. Ovviamente le autorità ungheresi non hanno alcuna intenzione di farlo, anzi hanno colto la palla al balzo per rompere definitivamente con il tribunale dell’Aja sfidando di nuovo e irridendo, nel contempo, le istituzioni europee.
A proposito di queste è paradossale constatare come durante la plenaria che si svolgeva a Strasburgo in parallelo con la visita di Netanyahu a Budapest l’Europarlamento riaffermava la fiducia incrollabile alla Corte Penale. Nella risoluzione su “I diritti umani e la democrazia nel mondo e sulla politica dell’Unione europea in materia” adottata a grande maggioranza mercoledì (con il voto contrario o l’astensione della destra sovranista e della estrema sinistra) il Parlamento Europeo “ribadisce il forte sostegno dell’Ue alla Corte internazionale di giustizia e alla Cpi quali istituzioni giurisdizionali essenziali, indipendenti e imparziali in un momento particolarmente difficile per la giustizia internazionale; ricorda che una Cpi adeguatamente finanziata è essenziale per perseguire efficacemente i gravi crimini internazionali; accoglie con favore il sostegno politico e finanziario che l’Ue ha fornito alla Cpi, compreso l’Ufficio del Procuratore (Otp) della Cpi e il lancio dell’iniziativa globale per combattere l’impunità per i crimini internazionali, che offre sostegno finanziario alle organizzazioni della società civile che si adoperano per promuovere la giustizia e la responsabilità per i crimini internazionali e le gravi violazioni dei diritti umani, anche facilitando la partecipazione dei sopravvissuti ai procedimenti giudiziari; chiede all’Ue e ai suoi Stati membri di proseguire e intensificare il loro sostegno a favore della Cpi, compreso il fondo fiduciario per le vittime istituito dalla Cpi, con i mezzi necessari, tra cui risorse e appoggio politico, e di utilizzare tutti gli strumenti a loro disposizione per combattere l’impunità in tutto il mondo e consentire alla Cpi di svolgere efficacemente il suo mandato; invita tutti gli Stati membri a rispettare le azioni e attuare le decisioni della Corte internazionale di giustizia e di tutti gli organi della Cpi, compresi l’Otp e le camere, a sollecitare altri paesi ad aderire alla Corte e a collaborare con essa, anche riguardo all’esecuzione dei mandati d’arresto della Cpi, e a sostenere il loro lavoro come istituzione di giustizia internazionale indipendente e imparziale ovunque nel mondo; si rammarica della mancata esecuzione di mandati d’arresto da parte di alcuni Stati membri della Cpi, un comportamento che mette a repentaglio l’attività della Corte; invita l’Ue a sollecitare i paesi terzi, compresi i suoi partner principali, a riconoscere la Cpi e a diventare Stati parte dello Statuto di Roma“.
Anche se la voce del Parlamento Europeo in materia di politica estera e di sicurezza comune conta come il due di denari con briscola spade rappresenta comunque il termometro dell’opinione pubblica del vecchio continente. Sarebbe importante che quei due denari non venissero sotterrati e dimenticati ma che fossero investiti per sostenere un diritto internazionale sull’orlo del collasso.
Foto di apertura: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, a sinistra, e il primo ministro ungherese Viktor Orbán, a destra, parlano dopo una cerimonia di benvenuto con una guardia d’onore al Castello di Buda a Budapest, Ungheria, giovedì 3 aprile 2025. (AP Photo/Denes Erdos/LaPresse)
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