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«Cooperative sociali estromesse dall’assistenza domiciliare a dipendenti pubblici e familiari»

Stefano Granata, presidente nazionale di Federsolidarietà-Confcooperative, fa emergere le criticità del nuovo bando Inps 2025-2028 che riguarda 35mila famiglie italiane di dipendenti e pensionati pubblici iscritti alla Gestione unitaria prestazioni creditizie e sociali. A rischio non sono soltanto gli utenti ma anche migliaia di posti di lavoro

di Luigi Alfonso

Il mondo della cooperazione sociale è in subbuglio, dopo la modifica al bando “Home Care Premium 2025-2028” varata dall’Inps, che riguarda 35mila famiglie italiane: per la precisione, quelle dei dipendenti e pensionati pubblici, iscritti alla Gestione unitaria prestazioni creditizie e sociali, per i loro coniugi, familiari e parenti di primo grado non autosufficienti. Il bando riguarda il periodo dal 1° luglio 2025 al 30 giugno 2028. Che cosa è accaduto? Le risorse non sono state toccate, dunque non si può parlare di tagli per contenere la spesa ai danni di anziani non autosufficienti o persone con disabilità. La novità consiste nell’aver tagliato fuori dalla partita le centrali cooperative (su tutte Federsolidarietà, Legacoopsociali e Agci) ma anche le singole cooperative indipendenti, e aver investito del ruolo da loro ricoperto sinora gli Ambiti territoriali e i Plus, i Piani locali unitari dei servizi (lo strumento di programmazione per i servizi alla persona).

Stefano Granata, presidente nazionale di Federsolidarietà

«Intravedo almeno tre grandi problemi, in questa vicenda», commenta Stefano Granata, presidente nazionale di Federsolidarietà-Confcooperative. «Intanto, diminuisce la tipologia delle prestazioni che, guarda caso, sono proprio quelle maggiormente fruite dai beneficiari: tutta la parte assistenziale di cura o comunque socioassistenziale è stata tagliata; secondo, il nuovo bando toglie ogni modalità di regolazione e coordinamento, dunque gli utenti e le loro famiglie vengono lasciati soli a gestire il rapporto contrattuale con il singolo professionista, con tutti gli immaginabili disagi che possono avere quelle persone che hanno bisogno di essere accompagnate in questo tipo di percorso; terzo, vengono escluse le cooperative sociali che sono il soggetto maggiormente interessato alla gestione».

C’è un quarto aspetto che il presidente Granata non cita, forse nella speranza che si arrivi a un ravvedimento di chi ha varato questa novità: i posti di lavoro che rischiano di saltare per aria. Migliaia di persone, per intenderci. «Nei giorni scorsi abbiamo interpellato gli uffici della direzione generale dell’Inps, la prossima settimana dovrebbero darci una risposta», sottolinea il numero uno di Federsolidarietà. «Di fatto, c’è una tendenza diffusa che consiste nel disintermediare tutti i rapporti tra i lavoratori e i beneficiari delle prestazioni e dei servizi, con un imbarbarimento dal punto di vista contrattuale. In questo modo, non si sa bene chi ne risponde e chi controlla effettivamente. A voler pensare male, è l’ennesimo tentativo di tagliare i costi e le tutele contrattuali: è ovvio che le cooperative costano di più perché applicano i contratti nazionali. Non si tiene conto delle persone beneficiarie, delle loro situazioni peculiari e dei loro bisogni. E neppure dei loro familiari, i cosiddetti caregiver, che confidavano in questo bando per ricevere un aiuto nella gestione di certe problematiche. Un familiare ora si vedrà arrivare un libero professionista, con il quale dovrà costruire un rapporto contrattuale a carico proprio, senza nessuna tutela e nessun accompagnamento. Cosa che invece le cooperative sociali hanno sempre garantito».

Gli Ambiti territoriali e i Plus non hanno un numero sufficiente di personale competente per farsi carico di questa mole di lavoro: questo lo sostengono in tanti. «Concordo. Ecco perché dico che le famiglie vengono totalmente abbandonate a se stesse, in un rapporto diretto con il professionista che dovrà recarsi a casa loro. Non hanno neppure gli strumenti tecnici per avviare un rapporto di lavoro di questa natura. Confido nell’apertura mostrata dai dirigenti Inps, quanto meno per discuterne insieme. Al di là del fatto che il provvedimento è sbagliato in sé, per le ragioni che ho elencato, trovo l’applicazione praticamente irrealizzabile. A danno soprattutto dei più fragili».

La situazione in Italia è un po’ a macchia di leopardo: cambia a seconda dell’organizzazione locale del settore sociosanitario. Alcune amministrazioni pubbliche hanno previsto altre misure d’intervento che mitigano il problema. «Le modalità di utilizzo dei fondi cambia da Regione a Regione, lo sappiamo», dice Granata.

L’allarme è rimbalzato da più parti, coinvolgendo anche l’Anci e numerosi enti locali. «Si rischia il tracollo sociale, in quanto vengono tagliati servizi preziosissimi che, soprattutto nei nostri paesi, garantivano un’assistenza differente dalle Rsa alle fasce più fragili della popolazione», sottolinea Daniela Falconi, presidente dell’Anci Sardegna e sindaca di Fonni. Di «smantellamento sistematico del welfare territoriale» parla invece Gianfranco Lecca, sindaco di Loceri, un paese di 1.300 abitanti in provincia di Nuoro.

Le problematiche delle zone interne sono ancora più evidenti, considerate le non agevoli vie di comunicazione e i già scarsi servizi a favore delle popolazioni locali, e in particolar modo delle fasce più fragili e meno abbienti. Così, tra richieste urgenti di chiarimento e interrogazioni parlamentari, nei giorni scorsi è stata avviata una petizione che ha già raccolto 10.900 firme. Lo spopolamento e il progressivo invecchiamento fanno della Sardegna la regione più a rischio, ma questo bando non risparmia nessuno, da Nord a Sud: nelle Marche sono circa cinquemila le persone beneficiarie, in Sardegna poco di più. Anziani, per la maggior parte, che avevano accesso a vari servizi: trasporto e accompagnamento, attività di socializzazione nei centri diurni, ausili tecnologici e di mobilità, supporto a domicilio e cura dell’igiene personale.

Credit: la foto d’apertura è di Andreea Popa su Unsplash

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