Costernazione, condanna e dolore sono le sole parole adatte che sovvengono all’animo di chi si imbatte nella triste vicenda degli abusi sessuali perpetrati dai Caschi blu dell’Onu nella Repubblica Democratica del Congo. Com’è noto, ieri il loro comandante, generale Babacar Gaye, si è scusato pubblicamente per le nefandezze perpetrate da alcuni suoi soldati di nazionalità indiana.
Anche il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha diffuso un comunicato in cui si dice “profonda preoccupato” dalle conclusioni dell’indagine condotta nel Paese africano, che ha rivelato prove del coinvolgimento dei militari. Secondo indiscrezioni, i casi di abuso si sarebbero verificati nella regione orientale del Nord-Kivu, durante una lunga missione di monitoraggio dei peacekeeper sul rispetto del “cessate il fuoco” tra governo e milizie armate; un fenomeno a dir poco aberrante che riguarderebbe almeno un centinaio di soldati indiani della forza di pace. La materia è grave, anzi gravissima, trattandosi di deprecabili misfatti che hanno generato sofferenze indicibili a delle giovani vite, già afflitte dalla miseria che cronicamente attanaglia il loro Paese. Tutti reati peraltro, quelli commessi dai militari che discreditano fortemente, lo si voglia o no, l’opera delle forze di pace dell’Onu. Pertanto è doveroso che la Comunità internazionale, nel prendere coscienza di queste diaboliche deviazioni, sappia assumere l’atteggiamento di condanna più netta, senza scambiare il riserbo con l’omertà. Se è vero che in questi anni una simile piaga ha coinvolto anche altre categorie sociali e professionali tra cui dei sacerdoti, essa tuttavia diventa lo stesso insopportabile e gravemente ingiustificabile in un Paese dilaniato da una delle più sanguinose guerre della Storia moderna.
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