Cultura

Barnabé, il lato imprevedibile della vita

«Mio fratello Simple» di Marie-Aude Murail

di Chiara Cantoni

«Tutti gli sguardi si rivolsero su Simple. Aveva le mani sotto il tavolo e gli occhi bassi. “Sì, ecco”, disse Kléber. “È mio fratello maggiore. È ri? ritardato mentale”. Nel silenzio che seguì Kléber si sentì perso. (?) Si sentì allora Simple mugugnare: “Gnegnegnagno”». Dall’ironia esuberante di Marie-Aude Murail, premio Paolo Ungari Unicef 2008 e premio Liber 2009 per Oh Boy! (edito sempre da Giunti), un’altra commovente storia di ordinaria diversità, capace di affrontare la serietà della vita col sorriso sulle labbra: Mio fratello Simple, miglior testo della categoria “Young adult” all’ultima fiera di Francoforte, è l’affresco in punta di penna di un appartamento studentesco sconvolto dall’arrivo dei fratelli Maluri: il buffo Barnabé, colpito da ritardo mentale (23 anni anagrafici e soltanto tre cerebrali), che il padre vorrebbe affidato a una struttura protetta, e il 17enne Kléber, che, in barba allo sconcerto di parenti e servizi sociali, decide di portarlo con sé a Parigi, facendosene personalmente carico.
Se pensate che il ritardo mentale non possa avere delle qualità letterarie (non che ne sia oggetto ma che le abbia in sé), il romanzo di Marie-Aude Murail vi smentirà: prima che un diverso sviluppo cerebrale, il deficit intellettivo è un diverso linguaggio. Quello scarno e zoppicante, che in mancanza di parole, mugugna «gnegnegnagno»; quello politicamente scorretto che all’espressione convenzionale di «disabile mentale» sostituisce un ben più sconveniente «i-dio-ta» (come si definisce, scandendo bene le sillabe, lo stesso protagonista); quello creativo che storpia il vocabolario e inventa bizzarri neologismi, contagiando tutti i coinquilini. Ma soprattutto quello che, scalzando una prosaica razionalità, riproduce il caleidoscopio emozionale dell’incontro col diverso: paura, pena, sconcerto, accettazione e, infine, amore assoluto.
Un romanzo che, senza mai cedere all’inganno del cinismo, lascia presentire il gusto di una vita entusiasmante se accolta nell’imprevedibilità delle sue espressioni, handicap compreso, e che che guarda invece con delicata ironia al tentativo, ingenuo e sempre fallimentare, di addomesticare l’esistenza all’illusione di una presunta normalità.

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