Fino a pochi anni fa la strategia di investimento più accreditata sui mercati finanziari era “buy and hold” cioè compra le azioni e tienile nel cassetto perché nel tempo, nonostante gli alti e i bassi, le aziende sane riconoscono sempre il loro buon valore. Chi ha messo in pratica questa regola negli ultimi tre anni ha però preso delle sonore sventole, soprattutto con le banche italiane.
Dal maggio 2007 istituti come Popolare di Milano, Banco Popolare, Ubi Banca, Monte dei Paschi hanno perso tra l’80 e il 90% del loro valore. Ad esempio la Popolare di Milano, decima banca in Italia che allora quotava 14 euro con una valorizzazione di 7 miliardi, oggi vale 1,6, cioè meno di 700 milioni di euro. Hanno continuato a ripeterci che in Italia le banche non possono fallire ma con questa impressionante distruzione di valore, quanto siamo lontani? Tra quanto verranno portate via a prezzo di saldo dal solito offerente estero?
Enti, associazioni, fondazioni e singoli azionisti hanno perso quasi tutto e pagato di persona il conto delle scelte sciagurate di amministratori che ancora oggi percepiscono compensi milionari. Oltre al danno la beffa, perché non è finita qui. Per adeguarsi alla normativa di Basilea le banche stanno ricorrendo a pesanti aumenti di capitale per ripianare miliardi di crediti diventati praticamente inesigibili, compromettendo il patrimonio e la solvibilità. È successo che in questi anni hanno prestato un sacco di miliardi ai soliti geni della finanza italiana o comperato titoli di Stati in difficoltà senza preoccuparsi dei rischi che con la crisi sono poi venuti al pettine. Ora che sono costretti a svalutarli si rendono conto che non vedranno indietro un centesimo. In più, hanno continuato a distribuire gli utili. Ma non sarebbe stato meglio tenerli aumentando così le riserve e il patrimonio?
Per i poveri azionisti sarebbe stato persino più conveniente comprare un titolo greco, avrebbero perso di meno: il 40%.
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