Europa

Le lancette della sostenibilità tornano indietro 

Molte aziende stanno cogliendo questo momento di incertezza per tirare i remi in barca sui temi della sostenibilità. Lo stop alle norme sul reporting appena votato a larga maggioranza dal Parlamento europeo non aiuta. Ma attenzione a non confondere il rallentamento delle regole con l’esigenza della transizione sostenibile, quella resta e su di essa si continuerà a costruire, spiega Stella Gubelli di Altis Advisory

di Nicola Varcasia

Il Big Ben ha detto stop, si sarebbe detto una volta. Ed è ripartito, più piano. Le regole sulla sostenibilità così come erano state pensate, accolte e attuate finora sono state rinviate. Di un anno o due a seconda delle dimensioni delle aziende. Il Parlamento europeo si è infatti espresso a larga maggioranza sulla parte cosiddetta stop-the-clock della proposta Omnibus. Parlamento, Consiglio e Commissione, ossia i tre organi principali dell’Europa, sono di fatto allineati sul rinvio. Così, le aziende più grandi avranno un anno in più per prepararsi alle nuove regole sulla dovuta diligenza e le altre ne avranno a disposizione due prima di doversi conformare alle nuove regole sulla rendicontazione della sostenibilità (l’ormai famosa Csrd).

Prime reazioni

In queste ore il tema dei dazi trumpiani sta tenendo banco ma, come si può vedere, anche gli altri capitoli economici vanno avanti. Sono già molte le reazioni a questa decisione. Da Banca Etica che ha lanciato un appello ai parlamentari europei di non slegare la competitività dalla sostenibilità, ad Assirevi, l’associazione dei revisori, che ha sottolineato come il rinvio degli obblighi Esg metta, di fatto, a rischio le informative di sostenibilità delle imprese. Abbiamo chiesto un commento a Stella Gubelli, ad di Altis Advisory, spin off dell’Università Cattolica specializzato proprio nel mondo Esg e nella sostenibilità delle imprese.

C’è qualcosa di positivo in questo passaggio europeo?

Che almeno è stato fatto in fretta. Nessuno si aspettava che dall’annuncio di febbraio si arrivasse a una definizione del percorso in tempi così brevi e quasi all’unanimità. Dato che i cambiamenti della proposta Omnibus avevano gettato nell’incertezza migliaia di imprese, questo va considerato come un punto di valore.

In che senso?

Le aziende avranno più tempo per adeguarsi alla normativa e anche per valutare dei percorsi realmente più affini alla propria identità e meno guidati dall’obbligo normativo.

Stava succedendo questo?

Con la scadenza alle porte, le imprese che non avevano ancora capito del tutto l’importanza del cambiamento in atto avviavano dei percorsi più orientati alla compliance che non ai contenuti. Quindi l’approvazione tempestiva della proposta stop the clock è positiva perché elimina almeno un elemento di incertezza in questo grande caos che si era innescato.

Cosa ne pensano le aziende?

Alcune si stanno facendo prendere un po’ la mano. Con la motivazione abbastanza comoda del contesto internazionale volatile, si stanno focalizzando su altre esigenze di breve periodo.

Stella Gubelli, ad di Altis Advisory

Il che si traduce in una richiesta di taglio dei budget su questi temi, dato il rinvio dell’obbligo immediato di occuparsene. L’invito a simili decisioni, però, arriva nella maggior parte dei casi dall’alta direzione o da altre figure apicali, non certo dalle persone che si stanno occupando dei percorsi di sostenibilità avviati.

Ad esempio?

Uno dei casi più frequenti è quello di chi ha un socio extra-europeo che, per ragioni facilmente intuibili, crede di poter accantonare i discorsi sulla sostenibilità.

Qual è il rischio?

Quello più immediato è che le aziende non interpretino correttamente la normativa europea, che non chiede di interrompere i percorsi, ma assegna più tempo per realizzarli. Con la conseguenza che tante imprese tornino ad adottare un approccio miope. Nell’ultimo mese è emersa una sorta di doppio pensiero.

Quale?

Il primo è appunto quello di chi è lieto che le regole si facciano meno invadenti e impegnative perché questo consente di costruire dei percorsi su misura per la propria azienda tali da costituire un elemento di differenziazione, senza appiattirsi sulla compliance.

L’altro?

È la posizione estremamente contraria di coloro che non ne voglio più sapere, dove però, come dicevamo, la decisione non arriva da chi non ha ancora sperimentato i benefici effettivi della sostenibilità e quindi pensa di potersi liberare di un fardello.

Sono di più quelle portate a dare un taglio o le altre?

Non è ancora chiaro quale sia il pensiero prevalente, si valuterà tra qualche mese.

Qual è l’impressione di voi addetti ai lavori?

Guardando la nostra esperienza sul campo, le aziende che avevano già avviato i percorsi stanno semplicemente valutando come proseguire. Ma c’era una buona parte di aziende che ancora non aveva ben compreso l’urgenza della Csrd e queste certamente non avvieranno i percorsi adesso. Ma bisogna comunque fare attenzione a non cadere in un tranello.

Quale?

La normativa di cui stiamo parlando riguarda “solo” la trasparenza e le regole della rendicontazione. Ma un conto è avviare un percorso di sostenibilità con una serie di azioni concrete, un altro è intervenire nel processo di reporting. Accanto questa parte del pacchetto Omnibus, c’è un intero contesto europeo focalizzato sulla centralità della sostenibilità: il Green Deal non è stato messo in discussione.

Quindi non tutto è perduto?

La sostenibilità si è sempre fatta in azienda e si continuerà a fare. Probabilmente, mancando la spinta normativa, verrà meno quello slancio a cui abbiamo assistito negli ultimi anni per evolvere da una sostenibilità informale, poco consapevole e destrutturata a una sostenibilità più strettamente collegata alle performance aziendali.

Ad esempio?

Il caso più classico riguarda le risorse umane. Da sempre le aziende mettono in atto iniziative in questo campo, perché era già chiaro che gestire bene le persone significa incrementare il tasso di retention, abbassare quello di assenteismo e migliorare la produttività. La normativa sulla rendicontazione stava portando a strutturare un approccio più integrato di questi aspetti con tutte le dimensioni aziendali. Questo slancio rallenterà e ci vorrà del tempo perché riprenda vigore.

Ci insegna qualcosa questa vicenda un po’ paradossale di un’Europa che crea e poirimanda?

Il voto è avvenuto a larga maggioranza, anzi, a maggioranza ancora più larga di quella che aveva votato la possibilità di votare su queste materie. Questo dimostra che un accordo a livello politico tra le parti è sempre possibile da trovare. C’è da sperare che lo stesso zelo possa animare le istituzioni europee per altri obiettivi.

Foto in apertura, dal sito del Parlamento europeo

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