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«Ecco perché Patagonia sta con chi lotta per il Tagliamento»

Una sola persona può fare la differenza: cinquant’anni fa, in California, è stata la storia di un giovane che ha salvato la foce di un fiume dal cemento a ispirare il fondatore di Patagonia. Da allora, l’azienda devolve una quota dei guadagni a sostegno di associazioni impegnate per la difesa dell’ambiente. Dalla tutela del Tagliamento in Friuli alla convivenza con i grandi carnivori, dalla qualità dell’aria in città all’agricoltura rigenerativa, si gettano semi da cui nascono iniziative e cresce la partecipazione dal basso

di Elisa Cozzarini

Dal fiume Ventura, in California, al Tagliamento, in Friuli: è un impegno lungo oltre cinquant’anni quello di Patagonia al fianco di chi difende l’ambiente, e in particolare i corsi d’acqua. «Non sono un attivista. Non ho davvero il coraggio di stare in prima linea», afferma Yvon Chouinard, il fondatore dell’azienda di abbigliamento e attrezzatura per outdoor e attività sportive. «Ma sostengo gli attivisti sin da quando un giovane biologo, Mark Capelli, durante un consiglio comunale a Ventura nel 1972, dimostrò che il fiume che si voleva cementificare per farne un’area commerciale era in realtà pieno di pesci e biodiversità. Riuscì, così, a fermare la sua distruzione. Quel ragazzo mi ha dato speranza, ho capito che anche una singola persona può fare la differenza e gli abbiamo offerto una scrivania nel nostro ufficio». Da allora, Patagonia devolve una quota dei guadagni a iniziative ambientali. Nel 2002 nasce 1% for the Planet, una rete globale di imprese a supporto delle associazioni non profit che si battono per la tutela ambientale.

«Abbiamo cominciato tanti anni fa, dalla foce di un fiume in California», dice Damiano Bertolotti, Community Marketing & Impact Manager Southern Europe and Emerging Markets di Patagonia, «e adesso sosteniamo, tra i molti progetti, la campagna Free Tagliamento». L’iniziativa è partita lo scorso 22 marzo, durante la Giornata Mondiale dell’Acqua, con una grande partecipazione nonostante la pioggia: un viaggio di una comunità di cittadini ed esperti lungo il fiume che attraversa il Friuli, per chiedere che continui a scorrere libero e per migliorare la qualità ecologica dei tratti più compromessi.

Damiano Bertolotti, Community Marketing & Impact Manager Southern Europe and Emerging Markets di Patagonia

Ai tempi di Mark Capelli, Patagonia era una piccola azienda e le decisioni venivano prese direttamente dal fondatore, Yvon Chouinard. Come stabilite quali iniziative sostenere, oggi?

Da diversi anni abbiamo una struttura interna, con team non verticali ma cross-funzionali, per valutare i progetti presentati a livello locale dalle associazioni. Decidiamo in base alle linee guida pubblicate sul nostro sito web. Inoltre, durante ogni stagione l’azienda investe su campagne specifiche. Poche settimane fa, abbiamo rilanciato A Salmon Nation, per chiedere al governo dell’Islanda di vietare gli allevamenti intensivi in reti aperte, che sta portando il salmone selvatico all’estinzione. Ma le iniziative dal basso che finanziamo possono anche non avere alcuna attinenza con le nostre campagne. Chiediamo alle associazioni di presentarci le loro priorità, seguendo le nostre linee guida.

È vero però che c’è una particolare attenzione di Patagonia per i fiumi…

Sì, nasce dalla passione di Yvon Chouinard per la pesca a mosca, che lo ha portato da sempre a vivere da vicino i corsi d’acqua. È stato anche un grande arrampicatore e surfista ma adesso, a 86 anni, il medico gli consente di praticare ancora solo questo tipo di pesca. E spesso viene in Italia per farlo. Abbiamo girato anche un film: Il pescatore completo, con lui e il maestro Arturo Pugno, sulla pesca a mosca alla valsesiana, ambientato in Piemonte. Una delle prime campagne importanti di Patagonia sui fiumi è DamNation, del 2014, per sensibilizzare la popolazione sugli impatti delle grandi dighe e sull’opportunità, in alcuni casi, di rimuoverle per obsolescenza. A livello europeo, dopo un lungo lavoro dietro le quinte, a maggio 2018, abbiamo lanciato la grande campagna Blue Heart, una lotta per difendere gli ultimi corsi d’acqua incontaminati d’Europa, nei Balcani, dalla Grecia del Nord fino alla Slovenia. Nel 2023 siamo arrivati all’istituzione del Parco nazionale fluviale selvaggio del Vjosa, in Albania. In questo caso, il ruolo di Patagonia è stato fondamentale per convincere il governo albanese a creare quest’area protetta.

Nelle grandi campagne, a livello europeo e globale, mettiamo in campo le nostre risorse e competenze per raccontare e dare voce alle storie degli attivisti e delle comunità che si battono per preservare la natura selvaggia, che sia quella di un fiume o anche di una montagna. Per esempio, con la campagna Jumbo Wild, siamo stati al fianco delle comunità della British Columbia canadese che hanno bloccato la realizzazione di un comprensorio sciistico enorme in una zona ancora incontaminata.

E, in Italia, quali progetti sostenete?

A livello nazionale, appoggiamo molte associazioni, specialmente a Milano e Roma. In generale, i nostri contatti si concentrano nel centro nord e si dedicano ai temi più disparati, dalla giustizia climatica all’agricoltura rigenerativa, alla coesistenza con i grandi carnivori. Lavoriamo, tra gli altri, con il Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale – Cirf, Legambiente, ReCommon, A Sud, Cittadini per l’Aria, Deafal, Terra Onlus, Io non ho paura del lupo, Salviamo l’Orso, ReWilding Appenines, che fa parte di ReWilding Europe.

Torniamo al Tagliamento…

Yvon Chouinard, foto di Campbell Brewer

Tutto è nato qualche anno fa, quando il giornalista ambientale Emanuele Bompan mi ha menzionato per la prima volta questo fiume, che in tutta trasparenza non conoscevo. Da lì ho cominciato a informarmi e ho scoperto che, in Italia, avevamo uno degli ultimi corsi d’acqua ancora in buona parte selvaggi dell’area alpina. Quando il Vjosa è stato dichiarato parco nazionale, mi sono chiesto cosa si sarebbe potuto fare per un fiume bellissimo come il Tagliamento e se ci fossero associazioni che si battono per preservare la sua libertà e naturalità. Un anno fa sono andato in Friuli, proprio per conoscere le realtà presenti sul territorio e sono rimasto impressionato dal fiume, nella sua parte centrale, dai suoi canali intrecciati e l’ampio fondo di ghiaia. È stato emozionante scoprire questo fiume e, ancora di più, conoscere le storie di chi si impegna per difenderlo. Pian piano, siamo entrati in contatto con questo mondo. Il fatto che il Tagliamento venga studiato da ricercatori di tutto il mondo, poi, è un’ulteriore prova che il fiume merita di essere tutelato. Ecco perché abbiamo deciso di sostenere Legambiente e il Cirf, oltre alla coalizione Free Tagliamento. Un anno fa, la nostra idea era piantare un seme, senza forzare nessuno a fare progetti. Da questo seme sono nate e stanno nascendo molte occasioni di incontro, conoscenza e consapevolezza.

Quanto è importante per voi di Patagonia la figura di Yvon Chouinard, un imprenditore fuori dagli schemi, come scrive lui stesso in Let my people go surfing, la sua autobiografia, tradotta anche in italiano?

È stato fondamentale nel definire una visione. E lo ha fatto da pioniere, quando nessun imprenditore si sognava di pensare all’impatto ambientale della propria attività. Da settembre 2022 ha fatto un passo indietro. Non è più il proprietario, anche se è ancora molto presente in azienda. Lui, la famiglia e il consiglio di amministrazione hanno scelto di donare il 98% delle azioni all’associazione non profit The Holdfast Collective, a cui vanno i profitti che non vengono reinvestiti all’interno di Patagonia. Questo si aggiunge all’1% for the Planet ed è un modo per cercare di vivere la nostra mission aziendale: We are in business to save our own planet.

In apertura, il fiume Vjosa in Albania, foto di Nick St Oegger

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