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Sponsorizzazioni e pubblicità dell’azzardo: la marcia funebre dell’epica dello sport

La pubblicità rilancia la rispettabilità del gambling, attiva una impostura semantica che fa molta presa sui giovani: “lo sport è scommessa. La scommessa è sport”. Si dissolve la narratività dell'incontro sportivo e l’epica della competizione. L'azzardo ha già assassinato lo sport, adesso con la pubblicità che si vuole reintrodurre si completa il rito

di Maurizio Fiasco

E così, mentre si rincorrono dribbling e ripiegamenti in difesa, nell’ultima parte dei campionati, gli spot hanno ripreso a dare il pepe alle partite di calcio. Ma si sovrapporranno anche alle battute del servizio nel rettangolo del tennis, ai palleggi prima di lancio nel basket. Non è servito a nulla lo shock del 2023, quando furono sorprese e sospese due giovani stelle del calcio italiano, Sandro Tonali e Nicolò Fagioli. Entrambe compromesse con la pratica vietata a loro (in quanto calciatori) di scommettere su vari siti online.

Racconto un piccolo aneddoto. Ricevemmo in quel giorno di ottobre una telefonata del presidente di Federcalcio, Gabriele Gravina. Chiedeva lumi su come aiutare questi ragazzi al rappresentante dell’Associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio – Alea di cui sono presidente. Organizziamo un panel con i responsabili dei club.

Avremmo fatto partecipare i colleghi clinici che si occupano direttamente della presa in carico dei giocatori patologici e della prevenzione svolta con competenza. E insieme si sarebbe potuto progettare un modo di evitare, prevenendolo, il ripetersi di queste situazioni così dolorose e sconcertanti. Ma avrebbe comportato di chiedere delle modifiche, in senso restrittivo, a  tutto il meccanismo delle scommesse. Ovviamente non se ne fece nulla.

Flusso di denaro giocato: oltre 150 miliardi

Il ritorno del battage degli inviti a puntare soldi mentre scorrono le immagini di una partita, si può ridurre oggi a una banalità, che però cessa di apparire tale se si colgono alcune implicazioni. Ricordiamo però un precedente, la cui gravità non venne adeguatamente sottolineata. Si era nei primi mesi del 2019 e doveva applicarsi il divieto assoluto di pubblicità e sponsorizzazioni al gioco d’azzardo. Eppure, l’AgCom, Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, aveva modificato con una sua delibera la legge dello Stato: l’advertising delle scommesse, cioè le quotazioni, andavano intese come mera esposizione di un’offerta commerciale. Si riapriva così la finestra.

A cosa servono pubblicità e sponsorizzazioni? Può apparire strano, il loro scopo non è tanto quello di far aumentare il volume del denaro giocato d’azzardo. Ed infatti, da quando fu introdotto il divieto, in cinque anni il flusso del denaro giocato è salito di oltre 50 punti percentuali; da circa 100 miliardi di euro a oltre 150. E perché allora si insiste sul riaprire tutte le porte alla pubblicità?

Pubblicità come contromisura preventiva

Si è ormai consolidata una vastissima platea di giocatori in condizioni patologiche, per cui il sistema dell’azzardo si autoriproduce automaticamente. Quindi la pubblicità è necessaria quale contromisura preventiva, per bloccare l’avvento di regole che contengano la resistibile ascesa del gambling, con criteri semplici, che il buon senso collettivo va reclamando. La prima è ridurre la frequenza che attiva la compulsività, per quindi procedere a contingentare i tempi.

Un’altra misura è allontanare l’azzardo dai luoghi, sia fisici sia virtuali. E per questo occorre prevedere delle fasce orarie di franchigia completa, quando si spengono le macchine e si chiudono i canali di ogni tipo di gioco. Non si abolisce l’azzardo, ma si contiene l’aggressione al sistema neurologico della persona. Gli effetti sarebbero certamente misurabili.

La pubblicità serve, dunque, a incidere sulle motivazioni: inibendo quelle per uscire dal comportamento di azzardo. La pubblicità incatena ancor di più il giocatore patologico, vale a dire almeno uno scommettitore online su quattro (Istituto superiore di Sanità – Iss, 2018). Ipocritamente il sistema finge di fornire un’alternativa: l’autoesclusione.

Osserviamo un “dettaglio”. Alla istantaneità dell’ingresso nelle piattaforme di gioco – in pochi secondi si completa l’account e si parte a scommettere –  corrisponde una lentezza esasperante nella fuoriuscita, dovuta a una procedura  farraginosa che pesa su chi voglia crearsi una personale barriera alla piattaforma online.

“Lo sport è scommessa. La scommessa è sport”

La pubblicità, insomma, ha un effetto di rinforzo, ed è per questo che viene reclamata. Rilancia la rispettabilità del gioco d’azzardo. Attiva una impostura semantica che fa molta presa sui giovani: “lo sport è scommessa. La scommessa è sport”. L’alea viene scambiata per agon. Ma come si punta il denaro? Con la combinazione di tecnologia digitale e svolgimento dell’evento.

Al terminale mobile vengono inviati continuamente degli alert e delle notifiche con le quotazioni via via che si svolgono le partite. Per mezzo dei dispositivi digitali, gli incontri sportivi sono interpolati con centinaia di inviti a scommettere su micro eventi parziali, che si susseguono incessantemente nel corso di un match. Si dissolve la narratività dell’incontro sportivo, e l’epica della competizione: sostituita da una procedura tipica del condizionamento operante, ovvero stimolo, reazione, rinforzo.

La scommessa è il software del dispositivo d’azzardo. L’hardware è il match stesso e il suo contenitore. Lo stadio, il campo di tennis, il palasport del basket sono sviliti ad apparecchio, a slot machine che viene fatta girare attraverso i dispositivi online.

Rischio per l’integrità degli eventi sportivi

Ma oltre a questa dimensione patologica, c’è un rischio serissimo per l’integrità degli eventi sportivi, con una differenza dalle passate storie del calcioscommesse, quando gli atleti venivano corrotti per alterare l’esito di un evento. La visibilità dei comportamenti che tradivano la squadra di appartenenza era data dalla dinamica del complesso delle azioni. E quindi risaltavano quei comportamenti anomali, quelle mosse compiute all’ultimo istante ed inspiegabili, o almeno incoerenti con l’azione che si stava concludendo.

Dalla revisione di alcune partite s’innescavano le inchieste, che raccoglievano le prove oggettive di anomalie sospette. Le infedeltà alla propria squadra risultavano in maniera più chiara. Ma adesso? Come si fa a distinguere un fallo laterale, avvenuto spontaneamente, da uno procurato su sollecitazione di una piattaforma di scommesse? Come ci si difende da  un’organizzazione delinquenziale che lucra sul match fixing? Come si fa a riconoscere una battuta di tennis andata male da una battuta di tennis artatamente fatta andare male? Oppure un calcio d’angolo che avviene in modo naturale da un calcio d’angolo “sponsorizzato”?

L’azzardo ha assassinato lo sport

Un ministro dello sport dovrebbe essere il primo, più acerrimo nemico della combinazione tra sport e scommesse. Per due ragioni: per l’uccisione dello spirito agonistico, sostituito dallo spirito dell’alea. Tutto il rituale della preparazione dell’evento, lo studio della tattica, il cambiamento degli schemi di gioco, mentre è in corso la partita, insomma, tutto ciò che appassiona e rende bello e partecipato, anche per il pubblico, l’evento sportivo viene ucciso dalla frammentazione della partita in centinaia di micro eventi di cui si perde la logica d’insieme perché non la posseggono.

La seconda pugnalata è la facilitazione di tutta la manipolazione dell’integrità degli eventi. Insomma, l’azzardo ha già assassinato lo sport, e adesso con la pubblicità che si vuole reintrodurre si completa il rito come con una marche funebre o con una salva di commiato al caro estinto.

Foto di Chaos Soccer Gear su Unsplash

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