Idee Narrazioni
Da papa Francesco a Simone Weil: disarmiamo le parole, per disarmare le menti
In questo parallelismo tra 2025 e 1937 c’è come una corrispondenza tra le preoccupazioni del pontefice e quelle della filosofa. L’invito è di eliminare i termini "armati". Liberando la vita politica e sociale, i giornali e i social da enfasi guerresche per far spazio a fatti di pace

Tra il marzo 2025 e l’aprile 1937 esiste una straordinaria e terribile corrispondenza: quella tra le parole di papa Francesco indirizzate al Corriere della Sera nei giorni della sua malattia, e quelle scelte da Simone Weil, per una rubrica dei Nouveaux Cahiers.
Un’assonanza che avvicina due pagine di storia lontana e ci permette di guardare con maggior profondità al tempo attuale e al futuro imminente. Non si tratta di rubare il lavoro alla povera Cassandra (per altro evocata da Weil), ma di mettere a capitale le esperienze vissute.
Le parole sono fatti
Francesco, rivolgendosi dal suo letto di ospedale a tutti coloro che dedicano lavoro e intelligenza a informare, attraverso strumenti in grado di unirci istantaneamente, scrive: «Voi sentite tutta l’importanza delle parole. Non sono mai soltanto parole: sono fatti che costruiscono gli ambienti umani».
Già la sola espressione le-parole-sono-fatti spinge a una rinnovata assunzione di responsabilità da parte di tutti: è un appello contro la pratica e convinzione diffuse per cui le parole valgono zero, perché ci si illude di poterle buttare là ora e ritirare poi. Mentre hanno la stessa potenza dei fatti e, una volta pronunciate, generano scelte, azioni e movimenti, a volte irrimediabili.
Disarmiamo le parole
Possono collegare o dividere le parole – scrive il papa all’apice della sua fragilità – possono servire la verità o servirsene, perciò occorre disarmarle “per disarmare le menti e la terra”.
Non è un mero appello, suona proprio come un’invocazione per contenere o prevenire la guerra che devasta comunità e ambiente, senza offrire soluzioni a conflitti che consideravamo rimossi per sempre dall’orizzonte occidentale.
Ora scorriamo il calendario all’indietro, raggiungiamo l’intellettuale operaia Simone Weil, tornando alla metà degli anni ’30 del Novecento: non tira un’aria buona in Europa, a Parigi un gruppo di industriali, intellettuali e alti funzionari comincia a incontrarsi per elaborare soluzioni ai problemi emergenti, mentre intorno a loro cala la nebbia nera della propaganda nazista.
Per loro iniziativa, nella primavera del 1937, nasce la rivista bimestrale Nouveaux Cahiers, per Gallimard, con una rubrica dedicata al potere delle parole.
Il potere delle parole
Tra i vari autori che la popolano c’è Weil: «Viviamo in un tempo», scrive aprendo un suo contributo per questi quaderni «in cui la relativa sicurezza, che un certo dominio tecnico sulla natura dà agli esseri umani, è ampiamente controbilanciata dai pericoli di rovine e massacri che le guerre provocano…».
Sembra descriva noi oggi, mentre sono trascorsi quasi 90 anni. E ancora: «La nostra scienza è come un deposito pieno dei più sottili strumenti intellettuali per risolvere i problemi più complessi, eppure noi siamo quasi incapaci di applicare i principi elementari del pensiero razionale. In ogni ambito sembriamo aver perso i fondamentali stessi dell’intelligenza».
I miti e i mostri del nostro vocabolario
Se sulla perdita dei fondamentali dell’intelligenza chi legge avverte un grave disagio, più avanti precipita là dove Weil dettaglia: «Il nostro universo politico è popolato da miti e da mostri. Lo dimostrano tutte le parole del nostro vocabolario politico e sociale».
E tra queste cita nazione, sicurezza, fascismo, ordine, democrazia, tra le altre. Parole che utilizzate come degli assoluti, separati dalla realtà, diventano astrazioni cristallizzate, armi con cui abbattere nemici, generando scontri violenti a volte senza obiettivi precisi, se non quello della pura negazione dell’altro.
Ecco le parole armate: quelle che impediscono di vedere i reali contorni e dati del problema, di capire che se c’è una tensione, c’è anche una soluzione.
Eliminare la parole armate
Disarmare le parole, come invita Francesco, vuol dire liberarle da quella cristallizzazione che istupidisce le menti (rubo sempre parole di Weil): non soltanto rendono gli uomini disposti a morire, ma anche fanno loro dimenticare il valore della vita in sé.
Le battaglie tra editorialisti della stampa mainstream che tirano per la giacca De Gasperi e la sua idea di una difesa comune europea, o le discussioni sul wording corretto (grande mantra dei nostri tempi di dittatura comunicativista) tra i partigiani della definizione Rearm contro quella di Safe Europe, sono solo le ultime avvisaglie di questa fatica delle parole e, al tempo stesso, del loro potere creativo.
Perciò urge eliminare le parole armate dalla vita politica e sociale, dai giornali, dai social media, da tutti i canali con cui noi entriamo vicendevolmente in relazione, per fare spazio a fatti nuovi. A fatti di pace giusta.
In apertura Photo by Tori Nefores on Unsplash
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