Famiglia

Affido, il non-senso di un ponte lungo quattro anni

Il Tribunale di Milano ha scelto per Luca una famiglia adottiva diversa da quella affidataria che lo ha accolto quattro anni fa, quando lui era solo un neonato. La vicenda muove le corde emotive di tutti, anche perché da dieci anni c'è una legge che tutela la continuità degli affetti. Le riflessioni Emilia Russo, presidente di M’aMa-Dalla parte dei bambini e Frida Tonizzo, presidente di Anfaa

di Rossana Certini

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«Salviamo Luca: chiediamo la continuità affettiva». Con queste parole nei giorni scorsi è stata lanciata una petizione online a sostegno di un bambino che, dopo quattro anni di affido ponte, è stato dichiarato adottabile. Verrà quindi separato dalla famiglia affidataria, nonostante questa avesse manifestato la propria disponibilità ad adottarlo. I dettagli disponibili sul caso sono pochi, come è giusto che sia, ma la vicenda ha generare un dibattito altissimo sui social in tema di affido familiare e dell’importanza della continuità degli affetti per il bambino.

«Gli affidi ponte non possono durare quattro anni (o più). Non è più un ponte», ha scritto Emilia Russo, presidente di M’aMa-Dalla parte dei bambini. «L’affido ponte è uno strumento fondamentale», sottolinea Russo, «ma non possiamo pensare che possa durare così a lungo perché il distacco, soprattutto per i bambini più fragili, può diventare veramente difficile. Del caso del bambino di cui si parla in questi giorni sappiamo troppo poco per poterlo commentare a ragion veduta, ma di certo si può affermare che perché l’affido ponte funzioni al meglio, è cruciale rispettare i tempi».

L’affido ponte non è la stessa cosa dell’affido tout court: nasce per dare una risposta specifica al bisogno di pronta accoglienza di bambini molto piccoli, spesso neonati, dichiarati in stato di abbandono dal Tribunale per i Minorenni o allontanati dal proprio nucleo familiare su indicazione dell’autorità giudiziaria. L’affido ponte dovrebbe durare lo stretto tempo necessario affinché gli organi competenti definiscano il progetto per il bambino, che punti al rientro presso la famiglia d’origine, con – nel frattempo – l’affido presso un’altra famiglia o che sia l’adozione. Tante le ragioni per cui i tempi potrebbero allungarsi: ricorsi presentati dai parenti, percorsi di disintossicazione dei genitori, disabilità dei bimbi… Ci sono anche le carenze di risorse che i Tribunali per i Minorenni oggi vivono.

Emilia Russo è avvocato, mamma di tre ragazzi e da molti anni genitore affidatario e sottolinea come sia importante «che i genitori affidatari siano ben preparati ad affrontare questo percorso». Porta ad esempio la sua esperienza vissuta durante il periodo del Covid, quando ha accolto un bambino di pochi mesi per oltre un anno, in una situazione diversa dal solito, visto che, a causa della pandemia, si era costretti a trascorrere molto tempo insieme a casa.

Ricorda Russo: «quando ci è stato comunicato che era stato individuato il nucleo familiare adottivo, nonostante il dolore per il distacco abbiamo fatto in modo che il passaggio fosse il meno traumatico possibile. Ci siamo incontrati in un parco, abbiamo condiviso un aperitivo e vissuto insieme un momento sereno di conoscenza. Da quel primo incontro, è seguita una convivenza di circa venti giorni nella nostra casa, per far conoscere alla famiglia adottiva le abitudini quotidiane del bambino». Questo periodo di transizione ha avuto, anche, lo scopo di aiutare il bambino a sviluppare fiducia nei suoi nuovi genitori, così il passaggio da una famiglia all’altra è stato quasi naturale. «È importante ricordare», sottolinea Russo, «che come genitori affidatari non interrompiamo completamente il legame con il bambino, ma restiamo disponibili ogni volta che lui ci cerca, creando un rapporto di fiducia anche con la sua famiglia, che sia d’origine o adottiva».

L’affido ponte è uno strumento fondamentale, ma perché funzioni al meglio, è cruciale rispettare i tempi e fare in modo che i genitori affidatari siano ben preparati ad affrontare questo percorso

Emilia Russo, presidente di M’aMa-Dalla parte dei bambini

La continuità affettiva: un diritto del bambino

Proprio sul diritto del bambino alla “continuità affettiva” pone l’accento Frida Tonizzo, presidente dell’Associazione nazionale famiglie adottive affidatarie che ricorda come Anfaa «si è sempre battuta per garantire il diritto alla continuità affettiva dei bambini al termine dell’affidamento familiare. E finalmente dieci anni fa, la legge 173 del 2015 ha sancito questo diritto. Ma è importante sottolineare che si tratta innanzitutto di un diritto del bambino, non degli affidatari. Gli studi scientifici, infatti, hanno ormai chiarito che è fondamentale per il bambino mantenere una continuità nelle relazioni con la famiglia che lo ha accolto. La legge, quindi, tutela il diritto alla continuità affettiva del bambino, sia nel caso in cui torni nella sua famiglia d’origine, sia nel caso venga adottato da una nuova famiglia perché non è accettabile interrompere bruscamente il legame con figure che, per mesi, sono state di fondamentale importanza per il minore, poiché ciò potrebbe causargli un trauma da abbandono che, evidentemente, non contribuirebbe al suo benessere e alla sua crescita equilibrata».

La continuità affettiva è innanzitutto di un diritto del bambino, non degli affidatari

Frida Tonizzo, presidente Anfaa

Le decisioni del tribunale: una valutazione complessa per il futuro del bambino

In merito alle decisioni che giudici sono tenuti a prendere, la presidente Anfaa fa notare come «spesso sono frutto di valutazioni complesse che tengono conto della situazione specifica del bambino». Inoltre prosegue Tonizzo, «non bisogna dimenticare che il diritto alla “continuità affettiva” non significa necessariamente che il bambino debba restare nella famiglia dove è stato in affido, ma che possa mantenere delle relazioni con essa, ad esempio attraverso incontri per occasioni speciali come compleanni o quando il bambino ne sente il bisogno».

La legge prevede che, se il bambino è dichiarato adottabile dopo un lungo periodo di affidamento e gli affidatari desiderano adottarlo, questi ultimi possano presentare una richiesta al tribunale per i minorenni, che avrà il compito di decidere se l’adozione il bambino da parte della famiglia affidataria è per lui la cosa migliore. Da fuori, istintivamente, il fatto che lui resti con la famiglia che lo ha accolto sembra la cosa migliore. Ma come fa notare Tonizzo: «le decisioni dei giudici sono sempre il risultato di complesse valutazioni dell’intera situazione. Ad esempio, può capitare che il tribunale decida di far adottare il bambino da una famiglia diversa da quella affidataria perché quest’ultima potrebbe rischiare di essere minacciata dalla famiglia d’origine del bambino. In altri casi, la scelta può dipendere dal fatto che gli affidatari hanno un’età avanzata e quindi potrebbero non essere in grado di accompagnare adeguatamente la crescita del bambino nel lungo periodo. Quando si parla di adozione, infatti, è fondamentale considerare non solo il benessere del minore oggi, ma anche nel suo futuro».

Il principio generale, quindi, è che quelle che possono sembrare decisioni discutibili e finanche incomprensibili, guardate con una prospettiva più ampia, potrebbero rivelarsi scelte adatte per il progetto di vita del bambino. «Tuttavia», conclude Tonizzo, «ci sono anche casi in cui il bambino avrebbe potuto essere adottato dalla famiglia affidataria, che avrebbe soddisfatto tutti i requisiti e con la quale il bambino aveva già trascorso molto tempo, ma viene affidato comunque ad altri genitori adottivi. Succede anche questo. E in questi casi, quando il tribunale decide comunque di non procedere con l’adozione da parte della famiglia affidataria, noi contestiamo fermamente la decisione, poiché provoca un distacco affettivo inaccettabile per il benessere del bambino».

Foto di Markus Spiske su Unsplash

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