Due anni dopo

Un sopravvissuto della Strage di Cutro: «Non penso più all’Iran. Crotone adesso è casa mia»

Il viaggio dalla Turchia e l’avvistamento della costa dopo più di una settimana di navigazione. L’arrivo della tempesta e la barca che si spezza. A Crotone, Cosenza e Botricello la Rete 26 febbraio promuoverà, fino al 28 febbraio, iniziative per tenere vivo il ricordo del naufragio. Le testimonianze dei sopravvissuti. Assad, 25 anni, siriano: «Mio fratello di sei anni è morto in acqua tra le mie braccia». Mojtaba, 48 anni, iraniano: «Sogno ancora quella notte, la sensazione di annegare. Ma non mi guardo più indietro»

di Giulia Polito

Un viaggio per mare lungo più di una settimana. A bordo di una barca proveniente dalla Turchia, la Summer Love, viaggiano uomini, donne e bambini: al mare è affidata la loro stessa vita. È la sera del 25 febbraio 2023 quando da lontano i passeggeri iniziano ad intravedere la terra: la costa crotonese, anche se molti di loro ancora non lo sanno. Alcuni, infatti, all’inizio del viaggio non si erano nemmeno prefissati una meta specifica, ma erano solo guidati dalla necessità di andare via alla ricerca di una qualsiasi altra terra promessa. Una terra che non fosse la loro. Invece, hanno incontrato la gelida acqua dello Jonio in una notte invernale. La tempesta si alza all’alba del 26 febbraio, il mare sconquassa la barca fino a spezzarla. Il mare inghiotte le persone e restituisce alla spiaggia di Steccato di Cutro corpi senza vita. Alcuni di questi giacciono ancora nei fondali, altri sono stati accolti all’interno di una camera ardente allestita all’interno del PalaMilone di Crotone. Pochi sono sopravvissuti. 

«Mio fratello di sei anni è morto in acqua tra le mie braccia»

Assad Almolki è uno di questi e oggi ha 25 anni. Siriano di origine, viveva in Turchia con i genitori e il fratellino di 6 anni. La sua è una delle centinaia di migliaia di famiglie sfuggite al regime di Bashar al-Assad, anche se «neanche in Turchia la vita la era semplice» racconta Assad. «Non avevamo alcuna protezione o la possibilità di lavorare, eravamo continuamente minacciati dal governo turco di essere rimpatriati. Tornare indietro, per noi, avrebbe significato rischiare la vita». Da qui la decisione di trovare una via di fuga: «In Turchia non è difficile individuare le imbarcazioni pronte a salpare verso l’Europa, così ho deciso» spiega ancora. In accordo con la famiglia, inizia a mettere da parte i soldi per pagare il suo viaggio e quello del fratellino: «L’idea era di portarlo via con me, la sua presenza avrebbe anche favorito l’avvicinamento dei miei genitori in Europa grazie al ricongiungimento familiare». Le cose però sono andate diversamente. «La barca sulla quale abbiamo viaggiato era grande, ma non abbastanza da reggere l’urto. Durante la notte la tempesta si è fatta sempre più violenta, fino a quando una botta forte ha spezzato la barca. Sono riuscito a prendere in braccio mio fratello e a gettarmi in mare. Ho preso un asse di legno, un pezzo della barca, per galleggiare in acqua tenendo mio fratello stretto con me, ma siamo rimasti lì per quasi due ore. La guardia costiera è arrivata troppo tardi: mio fratello è morto di freddo tra le mie braccia. L’ho tenuto sempre con me». Una volta arrivati i soccorsi, Assad è finito con altri in ospedale. Da lì sono stati poi portati al Cara di Sant’Anna, «un’altra prigione – commenta Assad – perché da lì non potevamo uscire. Ma io volevo far visita alla salma di mio fratello».

Assad

Da Sant’Anna Assad e gli altri sopravvissuti sono stati autorizzati due volte a recarsi al PalaMilone per il riconoscimento delle salme, un’altra volta per pregare insieme per i morti. «Quando ho avuto la possibilità di chiamare per la prima volta la mia famiglia – ricorda ancora Assad – ho cercato di nascondere la verità. Avevo paura che mia madre, che ha problemi di salute, potesse sentirsi male. Ho cercato di raccontare loro che mio fratello si trovava in ospedale, che era grave, rimandavo sempre il momento della verità. Ma loro avevano capito che c’era qualcosa che non andava. Alla fine, ho dovuto dir loro tutto». Dal Cara i sopravvissuti sono poi stati trasferiti all’hotel in attesa dei documenti. «Ci è stato chiesto se preferissimo restare a Crotone o raggiungere altre destinazioni. Per me la meta definitiva era la Germania, dove c’erano già altri amici e parenti che attendevano il nostro arrivo». La pratica per la richiesta d’asilo è andata avanti senza intoppi, Assad è potuto partire e adesso vive proprio in Germania, ma «non mi piace – spiega – perché non mi sento accettato, qui c’è tanto razzismo. In Italia, a Crotone soprattutto, ho trovato tante persone disposte a darmi una mano, invece qui è tutto difficile, tutto molto triste». La mamma e il papà sono ancora in Turchia, «ma per loro vorrei che riuscissero ad arrivare e a stabilizzarsi in Italia, penso che si troverebbero più a loro agio. Per me è troppo tardi: avendo fatto la richiesta di asilo qui, dovranno passare diversi anni prima che io possa pensare a trasferirmi». Nel frattempo, la salma del fratellino è stata portata in Germania: «Sapevo che questa sarebbe stata la mia destinazione finale, ho voluto portarlo con me e non lasciarlo solo». Assad studia il tedesco e lavora come barbiere, lo stesso mestiere che praticava prima della partenza. Sogna cosa semplici, le cose di un ragazzo della sua età: trovare un buon lavoro, costruire la sua vita e la sua famiglia in Europa. Lasciarsi il naufragio alle spalle, guardare solo al futuro. 

 «Sogno ancora quella notte»

Lasciarsi alle spalle la notte del 26 febbraio 2023 non è una cosa semplice: «Ogni tanto, a distanza di due anni, sogno ancora quella notte: la tempesta, la barca che si rompe, la sensazione di annegare, la paura di non farcela». A parlare stavolta è Mojtaba, 48 anni, un altro sopravvissuto di Cutro. Ma che, contrariamente ad Assad, ha scelto di restare a Crotone. Quando gli si chiede il perché lui risponde: «Perché no?». Mojtaba viene dall’Iran e la vita è stata generosa con lui: era titolare di un supermercato, aveva una grande e bella casa, una moglie e un figlio. Era un uomo realizzato, fino al giorno in cui il regime teocratico ha scompigliato le carte sul tavolo. «Un giorno fuori dal mio supermercato – racconta Mojtaba – la polizia si è scagliata contro una donna che aveva avuto il torto di suonare il clacson dell’auto. Sono intervenuto per difendere quella donna e presto, attorno a me, si sono radunate altre persone. Non so che fine abbia fatto quella donna, so però che il giorno dopo la polizia è tornata al mio supermercato: mi stavano cercando per arrestarmi». Mojtaba torna così a casa da sua moglie per raccontargli l’accaduto. «È stata lei – spiega – a dirmi di scappare via, di fuggire dal territorio iraniano». La fuga lo ha portato fino ad Istanbul dove pensava che sarebbe stato al sicuro, «invece sono arrivati fino a lì» spiega. Mojtaba era braccato. Così la sua vita ha incrociato quella di Assad su quella barca che, salpata dalle coste turche, si sarebbe presto infranta nelle acque calabresi. Lui però, contrariamente ad Assad, non sapeva quale sarebbe stata la destinazione finale del suo viaggio: «Io non avevo bisogno di nulla, solo di salvarmi dal regime del mio Paese. Per questo sono scappato». Una fuga costata 9.200 euro direttamente nelle mani dello scafista.

Mojtaba

«Dopo più di una settimana di navigazione abbiamo visto la terra, ma attendevamo che si facesse notte per poter attraccare. Ci ha colto la tempesta. Quando mi sono ritrovato in acqua ho solo cercato di tenere la bocca chiusa, credo che infatti molti siano morti per aver bevuto acqua mischiata alla benzina. Eppure – racconta – credo di essere vivo solo perché Dio lo ha voluto». Mojataba non è andato in ospedale, è stato trasferito direttamente al Sant’Anna. È riuscito a chiamare la moglie dopo 3 giorni. «Dopo la mia partenza è fuggita anche lei con mio figlio. La polizia è arrivata fin dentro la mia casa a cercarmi. Hanno sequestrato tutto. La mia famiglia ha affittato una piccola casa per potersi rifugiare in attesa di potermi raggiungere in Italia». Il ricongiungimento è poi avvenuto a distanza di 15 mesi. Anche per Mojtaba la richiesta di asilo politico non ha trovato intoppi. «A Crotone c’è tanta gente che ci ha aiutato, quindi quando mi è stato chiesto quali fossero le mie intenzioni, restare o andare altrove, ho deciso di fermarmi e di provare a costruire una vita qui». Mojtava oggi lavora in una gelateria e pasticceria di Crotone, dove sta imparando poco a poco i segreti di un mestiere nuovo, guidato dall’affetto e dalla sapienza del titolare. «L’Iran mi ha dato e tolto tutto nel giro di poco tempo. Adesso non ho più nulla, eppure sono felice così» racconta. A volte collabora con l’associazione Sabir, capofila della Rete 26 febbraio, che lo coinvolge come mediatore linguistico dove ce n’è bisogno. Ad esempio, «con un barcone di afgani – spiega – arrivato pochi mesi fa. La loro lingua è molto simile al persiano, quindi sono stato contattato per dare loro una mano. Io ho ricevuto tanto aiuto quando sono arrivato, mi è sembrato il minimo dare una mano a chi è arrivato dopo di me». Quando gli chiediamo cosa si augura per il futuro dell’Iran, Mojtaba risponde: «Nulla, non penso più all’Iran. Ho una nuova vita, degli amici, mio figlio ha iniziato la scuola e mia moglie presto troverà un lavoro. Non mi guardo più indietro. La mia gente, la mia casa, adesso sono a Crotone». 

Sono 94 le vittime del naufragio di Cutro, di questi 35 bambini e un numero imprecisato di dispersi. La Rete 26 febbraio si è costituita subito dopo e ha accolto l’adesione di centinaia tra cittadini, associazioni, enti del Terzo Settore e sindacati. La Rete oggi si occupa di mantenere viva la memoria della tragedia, grazie soprattutto a familiari delle vittime e sopravvissuti. Le iniziative in calendario in questi giorni si chiuderanno venerdì 28 febbraio e toccheranno le città di Cosenza, Crotone e Botricello. Ma l’appuntamento per il giorno dell’anniversario, il 26 febbraio, è fissato sulla spiaggia di Steccato Cutro, proprio dove due anni fa il pescatore Vincenzo Luciano lanciò per primo l’allarme e diede il via alla mobilitazione e alle operazioni di soccorso. Lì dove le storie delle persone, i morti e sopravvissuti, si sono unite in un’unica voce che svela il volto più doloroso del bacino del Mediterraneo. 

Foto Giovanni Isolino/LaPresse 

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