Memoria
Arriva su Sky la docuserie su Mauro Rostagno, un eretico che sfidava il conformismo
Sicuramente un uomo fuori dall'ordinario, Mauro Rostagno, impossibile da etichettare proprio perchè le sue scelte di vita sono sempre state forti e chiare. A lui è dedicata la docuserie in due puntate, in onda a partire da mercoledì 26 febbraio su Sky Original. Una storia da conoscere perchè appartenente a un uomo che ha pagato per le sue convinzioni con la sua stessa vita. Il suo tuonare contro la mafia dalle frequenze di RTC, una piccola emittente televisiva di Trapani, segna il suo destino perché la mafia lo uccide il 26 settembre del 1988
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Una docuserie, grazie alla quale raccontare un uomo che ha saputo cambiare pelle, restando straordinariamente fedele a sé stesso, passando per i 30 anni di indagini per far riemergere la verità sul suo omicidio. S’intitola “Mauro Rostagno. L’uomo che voleva cambiare il mondo” il documentario Sky Original in due parti, “La spada di legno” e “La mafia non esiste”, prodotto da Sky e Palomar in associazione con Sky Studios, la prima delle quali sarà trasmessa in esclusiva alle 21.15 di mercoledì 26 febbraio su Sky Documentaries e, in streaming, solo su NOW.
Una narrazione, il cui soggetto e la cui sceneggiatura portano la firma di Roberto Saviano e Stefano Piedimonte, con la regia di Giovanni Troilo, che ci accompagna nella conoscenza di una figura poco nota se non a coloro che, anche per poco, sono stati toccati dal suo carisma, attraversando insieme a lui le sue tante vite, ognuna delle quali intrisa dalla voglia di cambiare il mondo, anche il più piccolo pezzetto sul quale ha posato i suoi piedi.
Spero che resti il riflesso di un uomo che ci ha insegnato la grande libertà di percorrere la vita
Giovanni Troilo, regista
Una storia che culmina col suo omicidio e con gli anni di ricerche che sono stati necessari per ottenere verità e giustizia, nel labirinto di incompetenze, occultamento delle prove e depistaggi.
«Rostagno rappresenta uno spaccato della storia italiana per 20 anni, dal 1968 al 1988», scrive la produzione, «attraversando le lotte giovanili del 1968, l’esperienza ai vertici di Lotta Continua, la fondazione del centro sociale milanese per l’attivismo politico e l’espressione creativa Macondo, l’appartenenza all’ashram di Osho a Pune, la creazione del suo ashram siciliano trasformato in centro di riabilitazione per tossicodipendenti, ossia Saman. Ha sempre fatto parte di qualcosa, senza mai essere inghiottito ed etichettato, senza perdere la sua originalità».
Una vicenda, quella che ha poi portato alla realizzazione delle docuserie, che parte da lontano. Dalla storia artistica e non solo di Alberto Castiglione, giovane regista siciliano che su Mauro Rostagno aveva già realizzato due documentari, nel 2005 “Una voce nel vento” e nel 2016 “La rivoluzione in onda“. A lui, però, si deve soprattutto il recupero di tutto il materiale video relativo all’attività di giornalista che Rostagno svolgeva a Radio Tele Cine, una piccola televisione locale di Trapani, da dove denunciava le tante collusioni tra mafia e politica locale. Denunce in seguito alle quali muore per mano mafiosa in un agguato, nella notte del 26 settembre 1988, a soli 46 anni.
È il 2020, nove anni dopo, quando il processo si chiude in Cassazione con la condanna di Vincenzo Virga, capo della famiglia e del mandamento di Trapani, come mandante dell’omicidio, che cala in un certo senso l’oblio su questa storia. Ma felice fu l’intuizione di Alberto Castiglione che lo aveva portato ad andare a RTC per vedere se era rimasto qualcosa della sua attività. Fu come scoprire un piccolo tesoro, lì abbandonato, impolverato, prossimo a scomparire. Un’eredità che nessuno aveva pensato di raccogliere anche nei momenti immediatamente successivi alla sua morte e che aiutò la riapertura dell’inchiesta giudiziaria. Da allora il legame con la famiglia, in modo particolare con la sorella Carla, si fa sempre più forte.
Quando il produttore Andrea Romeo, dopo un’altra fortunata produzione come “Sampa”, decide di realizzare la serie su Mauro Rostagno è proprio il regista siciliano che chiama.
«All’inizio doveva essere una serie Netflix», racconta Alberto Castiglione, «quindi curo per un pò la sceneggiatura come consulente. Poi, il tutto, seguendo strade tortuose, passa a Sky con Saviano e la Palomar compra i miei due documentari acquisendo i miei diritti. La serie è incentrata proprio sui materiali d’archivio, quindi quel patrimonio di registrazioni che testimoniano il lavoro come giornalista di Mauro non poteva trovare collocazione migliore. Ci sono, però, anche i filmati di famiglia, dei suoi anni torinesi, pellicole veramente rare, che spero riusciranno a fare arrivare la sua grandezza a chi ne ha solo sentito parlare e ne ha una narrazione parziale».
Come si riesce a raccontare un personaggio del calibro di Rostagno, le cui vite attraversano il tempo e lo spazio, non possiamo che chiederlo al regista, Giovanni Troilo
Quando accetti di lavorare a progetti come questo, pian piano ti ci immergi e si entra in una conoscenza molto verticale del personaggio; ti appassioni, trascorrendo tante ore anche in montaggio con i repertori, cercando, insomma, i pezzi migliori che possano raccontare la complessità del personaggio. Rostagno dovrebbe essere una figura molto più nota, soprattutto alle nuove generazioni, ma di fatto così non è. A onor del vero, non lo era neanche per me, prima di iniziare questo lungo viaggio.
Quale capacità ha avuto, se l’ha avuta, di incidere nella storia?
Spesso l’arco della storia di un individuo, per quanto grande possa essere, tende a esaurirsi all’interno di un solo alveo, magari rivoluzionandolo, stavolgendo un contesto. Nel suo caso, in un periodo ovviamente sul suo malgrado molto limitato, vista la sua tragica fine, è riuscito a entrare in quasi tutti i nuclei di rivoluzione e di cambiamento del Paese, direi anche del mondo, facendolo anche in maniera originale, lanciandosi sempre nelle cose.
Un uomo di impulso, mosso dalla passione, o pronto all’azione solo dopo avere ragionato bene sul da farsi?
Credo ci fosse una combinazione di queste sue grandi capacità, perché sappiamo benissimo quanto fosse zelante e studioso, ma anche quanto amasse lanciarsi e percorrere delle strade, anche quando quelle strade erano ancora, come dire, da abbattere completamente. Una complessità che sicuramente non si racconta in due sole puntate, anche perchè in nessuno dei mille modi possibili riusciremmo mai a essere completamente esaustivi. Abbiamo, quindi, scelto forse la via più semplice, quella cronologica, per dare modo allo spettatore di immergersi e scoprire piano piano come la vita di Mauro Rostagno si è evoluta. Mi auguro che rimanga, come dice un po’ Carla Rostagno, nelle immagini della miniserie, la sua capacità di “aprire questi rami spalancati, di esporsi al vento e, però, insieme godersi appieno l’esperienza dell’esistenza e consacrarla, come ha fatto lui, agli altri”.
Una scrittura che ha tenuto molto conto delle testimonianze di chi lo conosceva maggiormente….
«Abbiamo sempre tenuto come filo conduttore l’umanità di un’anima che ha sempre ricercato la vitalità in tutto quello che faceva», spiega Simona Dolce, sceneggiatrice insieme a Matteo Billi di “Mauro Rostagno, l’uomo che volva cambiare il mondo“. «Una personalità capace di utilizzare la sua esperienza politica proprio nelle piccole comunità, come è successo con Saman. È poi accaduto anche con la comunità dei trapanesi, quando ha fatto il giornalista, riuscendo a incarnare tutte quelle esperienze che aveva accumulato nella sua vita precedente e che lo avevano reso una personalità sicuramente emblematica, interessantissima, molto colta. Questa docuserie racconta Mauro attraverso gli sguardi di chi lo ha amato, di chi ha molto sofferto per la sua morte e per tutte le implicazioni che hanno poi riguardato le vicende legate alla ricerca dei colpevoli. Parlano i familiari, la figlia Maddalena, la sorella Carla, Chicca, la sua compagna di vita. Ci sono gli amici del periodo di Lotta Continua, Marco Boato, Enrico Deaglio, anche i giornalisti che lo hanno accompagnato nell’esperienza di RTC. È sicuramente un racconto corale, nel quale l’aspetto importante è dato dalla testimonianza delle sue tante vite e la straordinaria poliedricità di un uomo che è riuscito a mantenere rapporti pur cambiando vita. Ci sono anche aspetti molto divertenti, come quelli che racconta Maddalena quando, a un certo punto, il padre da arancione comincia a vestirsi di bianco, diventando il terapeuta della comunità e poi di Trapani».
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Una grandezza che soprattutto i giovani oggi dovrebbero scoprire e anche un po’ proteggere…..
«Anche perchè è stato un personaggio che sfuggiva alle etichette», si inserisce Matteo Billi, «e questo potrebbe piacere alle nuove generazioni. Mentre si facevano le rivoluzioni studentesche, infatti, lui non era ortodosso, neanche rispetto ai suoi compagni; non era ortodosso nella lotta alla droga, non lo era nella battaglia contro la mafia. Questa difficoltà nel collocarlo Saviano saprà superarla perchè ha la capacità del grande divulgatore, del grande narratore».
Mauro Rostagno ci lascia una morale, un messaggio?
«Mauro non era un santino, non ha mai goduto di una popolarità eccessiva. Forse perché è morto troppo giovane», conclude lo sceneggiatore , «o forse perché ha fatto troppe cose. Oggi ce ne sarebbe tanto bisogno, per insegnare ai giovani a non accontentarsi, a fare sempre qualcosa di diverso da quello che richiede la società. Una delle parole chiave è eresia. I grandi eretici non erano solo quelli che venivano impiccati o ai quali veniva dato fuoco. Sono eretici anche grandi personaggi del Novecento. Dico che è un’eresia sfidare il conformismo, come la mafia in Sicilia. Tra i grandi eretici inserisco anche Danilo Dolci o Mimmo Lucano. Purtroppo i grandi eretici danno fastidio, quindi la società tende un po’ a eliminarli, a nasconderli. Raramente fanno una bella fine».
Foto e video sono stati forniti dall’ufficio stampa della produzione
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