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Riforma della 180: i perché dei no

Itaca è critica con la nuova proposta di legge per la riforma della psichiatria, a firma Burani-Naro. Tutti i punti di discussione leggendo il nuovo testo

di Benedetta Verrini

“Credo che più che riformare o cambiare la legge 180/78, sia necessario applicarla”. Così Ardea Moretti, responsabile psichiatria della cooperativa Itaca di Pordenone (www.itaca.coopsoc.it), commenta la questione della riforma della 180, che in queste ultime settimane sembra aver trovato una particolare accelerazione alla Camera dei deputati (sull’onda, forse, del tema della depressione, scatenato dalla morte di Pantani). Ma quali sono gli aspetti negativi e preoccupanti del nuovo testo in discussione, predisposto dalla Burani Procaccini e da Naro? Prima di tutto, sottolinea Moretti, si tratta di una proposta “relativa ad una legge quadro, esattamente come lo è la legge 180. E quindi, come la 180, è una legge che ha un significato politico, di indirizzo, e verrebbe da dire indirizzo che riflette lo stato, al momento storico, del paese” dice. “Chi ha vissuto tutti e due i momenti storici, oggi prova un attimo di smarrimento o sgomento: dalla ricchezza dei contenuti degli anni ’70, alla chiusura, alla privatizzazione, alla etichettatura esasperata del 2000?”. “Fin dall’inizio colpisce il riconoscimento e l’ufficializzazione della differenziazione tra TIP e TLEM (scusatemi, ma non amo queste sigle che di per sé permettono ed autorizzano l’anonimato, la fuga, il non riconoscimento delle individualità). Infatti, dietro a queste due sigle stanno, nella concretezza dell’agire, due percorsi differenti (nei trattamenti e nelle strutture), che prestano un tipo di attenzione alle forme di sofferenza psichica legate alla patologia depressiva d’ansia (TLEM) ed un altro alle patologie psichiatriche gravi (TIP). Invece che lottare contro lo stigma della malattia mentale, invece che riaffermare la pari dignità di tutti i cittadini, fin dall’inizio, e per legge, la persona ‘ansiosa’ è diversa dalla persona ‘schizofrenica’ (mi scuso per l’uso di questi termini, lo faccio solo per amor di chiarezza)”. Lo schizofrenico riconosciuto, spiega Moretti, in base alla pdl avrà quindi a disposizione: – Strutture ad alta protezione – Strutture a prevalente gestione infermieristica per la stabilizzazione delle fasi post- acute – Interventi a livello ambulatoriale e domiciliare – Strutture residenziali (non altrimenti specificate) – Strutture residenziali ad alta protezione se è o deve andare in OPG (anche qui nessuna specificazione) – Strutture di pronta accoglienza senza “reputazione di tipo psichiatrico”, che collaborano con organizzazioni di volontariato – Servizio di emergenza territoriale In questo quadro, il termine “riabilitazione” è usato una sola volta in riferimento sfuggente alle persone degli OPG. L’ansioso invece, o il depresso, o chi ha disturbi alimentari, anche se adolescente, troverà di fronte: – Un accesso semplificato al servizio – Un trattamento rapido – Attività di consulenza – Posti letto in strutture di ricovero – Particolare attenzione alla prevenzione. “Tutto ciò viene svolto dal Dipartimento di salute mentale, che non viene definito (cade tutta l’attenzione che ad esso avevano dedicata i Progetti obiettivo nazionali e regionali)” prosegue Moretti. “Colpiscono il comma 8 del secondo articolo, che impone una attenzione particolare alle patologie depressive, ed il comma 10, che pone come compito prioritario, per un DSM, l’attenzione alla spesa sanitaria (ricoveri e trattamento), da rendicontarsi trimestralmente al Ministero (art.10). Il tutto sempre in mano e controllato dai medici psichiatrici (niente di personale, ovviamente), ma senza alcun cenno, ad esempio, alle componenti sociali o alle istanze della società civile. Se il costo di un ricovero è importante, da sempre diciamo che è importante il costo della sofferenza, del carico familiare, del mancato lavoro, del sussidio. E’ significativo che l’attenzione alla spesa venga prima (comma 10) che non quella per i risultati dei trattamenti (comma 11) e di parte della prevenzione (comma 12)”. Una figura apparentemente nuova è quella del GPP. Sta per Garante del Paziente Psichiatrico. Siamo all’art. 4, ed appare quale figura non ben definita, né nei requisiti che deve possedere, né nelle finalità. – Viene nominato “qualora se ne ravvisi la necessità”: da parte di chi? “Resta in carica per il periodo necessario”: definito da chi? Si sovrappone a figure precise e normate quali eventuali tutori, procuratori, amministratori di sostegno, che forse possono svolgere in modo migliore il proprio compito, ma che comunque sono garantiti da procedure di legge ben chiare. Se noi ammettiamo a priori che ci possa essere chi deve “garantire il paziente della corretta applicazione delle procedure che lo riguardano”, togliamo a priori la centralità dell’individuo ed il suo diritto di cittadinanza, sottolinea ancora Moretti. “Ma come si può pensare che il problema Lavoro venga affrontato con un GPP che tutela il paziente nelle problematiche di inserimento lavorativo? Io dico che la persona va supportata nell’inserimento lavorativo, con l’intervento di terapisti vocazionali, di istruttori, in forme protette all’interno di un percorso/progetto individualizzato, con verifiche, ridefinizioni, con sostegno specifico a quelle imprese (Cooperative e non) che lo attuano”. L’art. 5 è quello della obbligatorietà. – Resta l’ASO (Accertamento sanitario obbligatorio). “Non sono ancora riuscita a capire come si fa a perseguire l’obiettivo di entrare in contatto con una persona, a fini terapeutici, in collaborazione con la forza pubblica” commenta la responsabile psichiatria di Itaca. – C’è anche l’ASOO, ASO Ospedaliero, quale preliminare al TSO. – Il TSO. “Niente di nuovo. Si attua nelle strutture ospedaliere, con l’ausilio della forza pubblica, dura sette giorni che possono essere rinnovati, anche per sempre”. – Per maggior sicurezza viene codificato il TSOP, TSO Prolungato, che dura al massimo 60 giorni ma può essere prorogato. “Non si dice per quanto” dice. “Questo può essere effettuato anche in strutture extra-ospedaliere accreditate dalle Regioni, e questo appare un passaggio inquietante, se collegato con il percorso dei TIP”. L’art. 7 equipara la malattia psichica all’handicap in generale per quanto riguarda il collocamento obbligatorio al lavoro, “riconosce di sfuggita la Cooperazione sociale (che non è istituita solo per “realizzare specifici obiettivi di inserimento sociale”)” spiega infine Moretti. “Ma è il secondo comma che riprende la tematica della lotta allo stigma, permettendo alle aziende che temono un danno di immagine con l’inserimento del ‘matto’ al loro interno, di affidare la propria quota ad una Cooperativa sociale di ‘matti’, così tutti sono contenti. Il quarto comma prevede l’erogazione di un sussidio da parte delle Regioni ai “familiari disponibili a mantenere in famiglia la persona affetta da malattie psichiche”. “La proposta di legge però non prevede quanto sia disponibile per la salute mentale. A meno che non sia saltata una riga dal testo che mi è giunto, viene definita solo la “quota non inferiore al 5 per cento delle risorse del Fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza” per le attività di tutela della salute mentale in età evolutiva. Comunque, ci sarà un ulteriore finanziamento per i medici di famiglia che “accettano di condividere la gestione del trattamento per i pazienti psichiatrici”. C’è qualcosa che mi sfugge”. “Con infinita pazienza torniamo all’art. 8. I servizi del DSM possono essere sia a gestione pubblica che privata. La pazienza finisce di nuovo. Anche perché nelle case di cura con indirizzo neuropsichiatrico si possono fare anche i TSO. Non solo in ospedale quindi. Per fortuna siamo quasi alla fine, e possiamo parzialmente sorvolare sull’art. 9 che parla dell’Agenzia nazionale per la tutela della salute mentale, che fa tutto: dal definire gli standard per i rispetto della dignità della persona (?), all’etica, la definizione dei Lea, delle linee guida terapeutiche. In questo articolo non deve sfuggire il punto 3, che è meglio riportare per intero. “In considerazione dei costi indiretti particolarmente elevati delle patologie psichiche e al fine di utilizzare affidabili indicatori di esito, l’Agenzia Nazionale per la Tutela della Salute Mentale è autorizzata ad avvalersi di tutti i dati sulla certificazione di malattia inerenti le patologie psichiche che raccoglie e gestisce l’Istituto nazionale per la previdenza sociale (INPS)”. A proposito di lotta allo stigma…”


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