Il welfare, soprattutto quello socio assistenziale e sanitario, è uno specchio di come cambia, differenziandosi, la struttura dei bisogni. Fino a qualche anno fa, direi tra la fine degli anni ’90 e i primi anni zero, c’era un’enfasi sul welfare “dell’agio”, capace di soddisfare bisogni sofisticati, di relazione e di auto realizzazione, che stavano in cima alla famosa scala elaborata dallo psicologo Abraham Maslow. In questa visione dominava l’offerta pubblica rinvigorita dal riposizionamento locale e l’inarristabile crescita del nonprofit produttivo. Enti locali e imprese sociali, seppur tra alti e bassi, sembravano in grado di riassumere in sé la parte più dinamica e innovativa della protezione sociale. In questi ultimi anni invece ci si è resi conto che si trattava della più classica “punta dell’iceberg” con una parte sommersa in grande espansione, legata al soddisfacimento di bisogni primari attraverso modalità organizzative non istituzionali. Salute e sicurezza quindi, ma non solo. Il free press City di oggi apre con i risultati di una ricerca secondo cui 13 milioni di di italiani risparmiano sull’acquisto dei beni alimentari. Ed è di qualche giorno fa un’altra indagine (più interessante) rilanciata dal Corriere e realizzata dalla Fondazione per la Sussidiarietà che misura la crescente povertà alimentare (nel paese del “gusto”). Il tutto in quadro di offerta che si va sempre più articolando. Perché tra l’intervento pubblico e nonprofit dell’effimera “golden age” da un lato e quella informale dall’altro (badandato) si aprono varchi sempre più ampi. L’ultimo in ordine di tempo è di oggi: un Dgls del governo consente alle farmacie di uscire dal negozio per fare assistenza a domicilio. Ne vedremo delle belle.
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