In questi anni ho incontrato molte volte i mercenari in Africa, ma forse l’esperienza più toccante l’ho vissuta in Sierra Leone quando, nel ormai lontano marzo 1999, volai su un loro elicottero Mi8 carico di armi e munizioni. Avevo chiesto un passaggio per raggiungere l’aeroporto di Lungi dall’entroterra dove avevo incontrato alcuni missionari saveriani. A dire il vero ero convinto che si trattasse di militari meticci dell’Ecomog, la forza d’interposizione dei Paesi della Comunità Economica dell’Africa Occidentale, a quei tempi sotto comando nigeriano. E invece, chiacchierando a bordo con i due piloti e il mitragliere, scopri le loro vere nazionalità: due angolani e un eritreo. Il loro capo, un certo João, mi disse in perfetto Inglese che appartenevano tutti e tre ad una non meglio precisata compagnia di sicurezza e che si guadagnava bene. Inizialmente pensavano che fossi solo un giornalista, ma quando rivelai la mia vera identità “missionaria”, con grande sorpresa, divennero affabili e addirittura cortesi. “Padre, credo che oggi io abbia fatto l’unica opera buona di tutta la mia carriera militare; mi riferisco al fatto d’aver preso a bordo un prete”, disse João, spiegandomi che uccidere per lui non era mai stato un problema. Ascoltando le sue parole capii davvero quanto rischioso possa essere appaltare a società di mercenari le missioni di pace e di interposizione fra opposte fazioni. Un’opzione che ha indubbie controindicazioni di ordine morale, soprattutto se si pensa alle nefandezze perpetrate da questi signori. Parlarne, senza ipocrisie e falsi pudori, è opportuno, evitando magari di scadere nella demagogia. Sta di fatto che questa sera ho ricevuto una mail da quel João di cui sopra. L’ultima volta che l’avevo incontrato era stato a Luanda nel 2009, in occasione della visita di papa Benedetto XVI in Angola. Mi aveva detto che voleva cambiare vita. È stato di parola: infatti è entrato in un ordine monastico. Mi ha chiesto di ricordarlo nella preghiera.
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